Carne artificiale, arriva il libro che stronca “la lobby del cibo in provetta”

20 Dic, 2021
Valentina Di Paola
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Immagine in evidenza: hamburger con la carne sintetica prodotta dalla olandese Mosa Meat

Cover del libro

(30Science.com) – Roma, 20 dic. – Si chiama “Carne artificiale? No, grazie!”, è un libro inchiesta di Castelvecchi editore, scritto dal giornalista francese Gilles Luneau, che evidenzia le potenziali criticità legate alla produzione delle proteine sintetiche. Già il titolo, fortemente a sfavore della commercializzazione della carne artificiale, non nasconde le conclusioni dell’autore, intervenuto durante il webinar di presentazione del saggio.

All’evento, che si è tenuto online e moderato da Angelo di Mambro, giornalista ANSA, si sono sollevate anche le voci di Giorgio Cantelli Forti, presidente dell’Accademia Nazionale di Agricoltura, Susanna Bramante, agronoma e consulente della nutrizione, Paolo De Castro, europarlamentare e Primo Vice-Presidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale, Ettore Prandini, presidente di Coldiretti.

Credo sia importante pesare le paroleha affermato Luneauperché queste influenzano il pensiero. Non possiamo utilizzare propriamente il termine ‘carne’ quando ci riferiamo ai prodotti di laboratorio, che non derivano da animali morti. Si tratta di surrogati, realizzati partendo da proteine vegetali. Non parliamo nemmeno di piante, però, perché stiamo considerando delle sostanze prodotte artificialmente tramite modifiche genetiche. La plant based meat è un alimento ultra-trasformato, molto lontano dalla genuinità, e ancora di più dalla sostenibilità di cui si fa promotore”.

Dopo aver ripercorso brevemente il processo di lavorazione della carne artificiale, l’autore ha precisato che la promozione di questi prodotti sembra essere una mera fonte di reddito, orientata principalmente al ritorno di introiti piuttosto che ai valori che sottendono la sua mission. Il giornalista francese ha spiegato poi che il settore della carne artificiale si fonda su due strategie, da un lato la lavorazione di proteine di origine vegetale e dall’altro la coltivazione in vitro di cellule animali. Entrambi gli approcci, secondo l’autore, sarebbero però principalmente orientati all’arricchimento delle “Lobby del cibo in provetta”.

Ricciola a base di cellule di BlueNalu, in un piatto di kimchi. CREDITS: BlueNalu

La mia inchiesta è iniziata nel 2019 ha continuato Luneauc’è da sottolineare che gli interventi di coltura cellulare sono molto più lontani nel tempo, non si tratta di una vera innovazione scientifica, quanto piuttosto dell’applicazione tecnologica di concetti già noti. Da quando sono iniziate le ricerche sulla carne coltivata in laboratorio ci sono stati finanziamenti specifici, mirati, ingenti e allarmanti. È fondamentale però allontanarsi dall’idea del complottismo di gruppi vegani, transumanisti o antispecisti. Qui è in gioco la volontà di grandi attori del business, che agiscono per il proprio interesse. Al 2020 si contano 800 aziende che producono carni alternative a partire da proteine vegetali. 90 lavorano su cellule in vitro, e hanno anche avviato degustazioni al pubblico. Il mercato di destinazione non è tanto quello di culture latine, che hanno una forte cultura gastronomica, quanto piuttosto a paesi come gli Stati Uniti, la Cina o l’India”.

L’autore del volume Gilles Luneau CREDITS: DDUJ©

A descrivere l’impatto europeo di questo settore della ricerca anche Paolo De Castro, che si è dichiarato preoccupato delle cifre destinate alle aziende che si occupano di carne artificiale. “Credo che sia importante approfondire questo argomento – ha sostenuto – perché spesso l’opinione pubblica non ha modo di riconoscere la deriva dell’innovazione. Lo sviluppo e il progresso possono essere positivi, perché ci permettono di migliorare la qualità della vita. La biotecnologia ha reso futuribile l’intervento genetico su determinate colture in modo da aumentarne la resa e l’efficienza. Dobbiamo però sempre prestare attenzione alla comunicazione di queste scoperte, affinché le persone possano comprendere le reali conseguenze e gli effetti che la manipolazione genetica può causare sulla salute umana”.

Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, ha riportato una visione estremamente negativa dello sviluppo di approcci per la carne artificiale. “La produzione di carne artificiale e la comunicazione ad essa relativa sono costellate di paradossi – ha dichiarato – questo prodotto si veste di sostenibilità, ma secondo le stime attuali è il meno sostenibile di tutta la gamma dei prodotti della filiera alimentare, perché necessita dell’utilizzo di un bioreattore che produce microparticelle, che possono persistere in atmosfera per millenni. Gli allevamenti tradizionali invece sono associati a una resistenza di particelle di circa 12 anni. Da questo punto di vista possiamo affermare che l’Italia è il paese associato alle filiere zootecniche più sostenibili. Trovo assurdo che si investa in un processo che è potenzialmente dannoso non solo per l’ambiente, ma anche per la salute dei consumatori. La demonizzazione dei prodotti agroalimentari deriva da una lunga storia di interventi di personalità che investono in soluzioni alternative, Bill Gates per citarne solo uno, individui che possono beneficiare di canali e mezzi potenti per diffondere un messaggio fuorviato e fuorviante”. “L’altro paradosso della carne artificiale è che essa si rende promotrice del benessere degli animali – ha continuato Prandini – ma per produrre cibo sintetico si interviene su un animale in periodo di gestazione e si prelevano cellule staminali, un approccio assolutamente poco attento al benessere dell’esemplare”.

Autore della prefazione del volume, Giorgio Cantelli Forti ha inoltre sottolineato l’importanza di condurre studi di popolazione prima di approvare la vendita e l’ingresso sul mercato di prodotti di laboratorio. “Io sono a favore della ricerca – ha spiegato – ma la ricerca sana si fonda su risultati replicabili, deve essere comprovata e verificata. Dalla letteratura scientifica sappiamo che la carne rossa fornisce elementi indispensabili, specialmente nella fase della pubertà e in età avanzata, perché garantisce un apporto elevato di amminoacidi, ferro, acido folico e una serie di componenti essenziali per la salute. La carne rossa ha un aspetto salutistico che non si può e non si deve trascurare. Ammettendo un utopistico disegno positivo, l’ingresso sul mercato di questi ammassi proteici, seppur simili per odore, colore, aspetto o sapore alla carne tradizionale, non può non essere supportato da forti evidenze scientifiche che ne attestino la genuinità”. “In caso contrario – ha osservato – si potrebbero verificare problematiche serie in relazione alla salute della popolazione. Basti pensare alle difficoltà che i bambini alimentati con soli prodotti vegani sperimentano oggi”.

 

Un hamburger a base di Cultured Beef, sviluppato dal professor Mark Post dell’Università di Maastricht nei Paesi Bassi. Cultured Beef potrebbe aiutare a risolvere l’imminente crisi alimentare e combattere il cambiamento climatico. La produzione commerciale di Cultured Beef potrebbe iniziare entro dieci o 20 anni. Credito fotografico: David Parry/PA

 

Susanna Bramante, agronoma e consulente della nutrizione ha invece elencato le differenze tra le proteine vegetali e animali, sottolineano l’importanza della carne a livello nutritivo. “Le proteine animali – ha detto – sono estremamente utili, aiutano a ridurre la perdita muscolare, la sarcopenia, le piaghe da decubito e sono più facilmente digeribili dall’organismo umano. Le proteine vegetali sono invece incomplete, e inoltre sono meno efficienti. Si pensi che per compensare l’apporto nutrizionale di una semplice fettina di carne da 80 kcal è necessario mangiare più di due piatti di pasta e fagioli, per un minimo di 700 kcal. In ottica di rischi di obesità, questi valori devono essere considerati. Per quanto riguarda la carne a base di proteine vegetali, quindi, parliamo di prodotti ultra processati, ricchi di sostanze potenzialmente dannose e associate a un maggiore rischio di patologie come diabete, problemi cardiovascolari, difficoltà circolatorie, ictus e molte altre”. “Il discorso è leggermente diverso se parliamo di carne a base di proteine animali coltivate – ha sottolineato – ma nessun processo potrà replicare la complessità di un tessuto che un tempo era vivo. Ci sono ancora molte cose che non conosciamo della carne e degli organismi animali. Nutrirsi della carne artificiale sarebbe come alimentarsi a pillole o a integratori. Pur riuscendo a ricostruire la catena di amminoacidi non riusciremmo a riprodurre un taglio di carne in tutto e per tutto e possiamo ipotizzare che l’assunzione di questi prodotti sia associata a svantaggi per la salute”.

Gilles Luneau ha poi espresso la preoccupazione che la carne artificiale possa provocare danni a livello antropologico. “Fin dal Neolitico la cultura umana si basa sull’alimentazione a base di carne, sull’agricoltura e sull’allevamento. Nutrirsi è un atto sacro, tramite il quale si presta attenzione al proprio corpo. Siamo vivi e prosperiamo grazie al pianeta Terra e a ciò che può offrire. Interrompendo questo assunto rischiamo di spezzare un legame antropologico”. “Un altro rischio che vedo in questa realtà – ha precisato – è quello di un rapporto errato con il tempo. La storia ci ha insegnato ad avere uno sguardo intelligibile sul tempo, a essere pazienti, ad aspettare che l’animale cresca prima di poterlo mangiare. Avere la disponibilità del cibo potrebbe annichilire e annullare il desiderio. Ma dobbiamo anche considerare l’aspetto etico: quando mangiamo la carne sappiamo che si tratta di un animale morto. Non possiamo far sparire la morte dalla società, è importante sapere che la vita ha un inizio e una fine”. Da ultimo, l’autore ha evidenziato il rischio di sovranità alimentare, associata ai pochi attori che contribuiscono a deterritorializzare la produzione. “Animali, natura, agricoltura e allevamento rientrano in un equilibrio che si è raggiunto nei secoli – ha concluso Cantelli Forti – la sostenibilità agronomica è fondamentale per mantenere gli spazi, per la fissazione del carbonio e per garantire un corretto apporto alla filiera agroalimentare. Omettere l’importanza di questo settore per concentrarsi sul commercio di prodotti in grado di arricchire poche multinazionali e potenzialmente danneggiare la salute dell’ambiente e delle persone non è solo disonesto, ma è un atto criminale. Credo che la comunità di ricercatori, enti senza scopo di lucro, scienziati ed esperti debbano comunicare correttamente la realtà dei fatti, in modo da promuovere una partecipazione consapevole alle decisioni sulla carne artificiale”. (30Science.com)

Classe ’94, cresciuta a pane e fantascienza, laureata in Scienze della comunicazione, amante dei libri, dei gatti, del buon cibo, dei giochi da tavola e della maggior parte di ciò che è anche solo vagamente associato all’immaginario nerd. Collaboro con 30science dal gennaio 2020 e quest’anno ho ottenuto un assegno di ricerca presso l’ufficio stampa dell’Istituto di ricerca sugli ecosistemi terrestri del Consiglio nazionale delle ricerche. Se dovessi descrivermi con un aggettivo userei la parola ‘tenace’, che risulta un po’ più elegante della testardaggine che mi caratterizza da prima che imparassi a usare la voce per dar senso ai miei pensieri. Amo scrivere e disegnare, non riesco a essere ordinata, ma mi piace pensare che la mia famiglia e il mio principe azzurro abbiano imparato ad accettarlo. La top 3 dei miei sogni nel cassetto: imparare almeno una lingua straniera (il Klingon), guardare le stelle più da vicino (dal Tardis), pilotare un velivolo (il Millennium Falcon).
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