Roma – Dalla metà del XX secolo le grandi città in crescita hanno cessato di essere centri di mobilità sociale, acuendo le diseguaglianze. È quanto emerge da uno studio guidato dalla Stanford University e pubblicato su PNAS Nexus. Gli autori della ricerca hanno misurato come le dimensioni, la densità di popolazione e la connettività delle aree urbane nella contea di nascita di un americano medio permettessero di prevedere il suo livello di mobilità sociale personale. I risultati raccontano la storia di una relazione in declino tra sviluppo urbano e mobilità intergenerazionale. In particolare, gli aumenti della densità di popolazione tra il 1920 e il 1990 sono stati associati a significative riduzioni della mobilità intergenerazionale, l’inverso del modello osservato tra il 1920 e il 1950. La stessa inversione si è verificata per la relazione con la disuguaglianza, che è stata ridotta dall’espansione urbana all’inizio del XX secolo e aumentata dall’espansione urbana alla fine del XX secolo. L’espansione urbana contemporanea riduce anche il capitale sociale medio, come quantificato da indicatori di impegno comunitario e civico, appartenenza a organizzazioni locali, altruismo e densità di reti di amicizia. Secondo gli autori, l’indebolimento dei legami sociali potrebbe spiegare perché le città in crescita non siano più luoghi di opportunità per tutti. (30Science.com)

Gianmarco Pondrano d'Altavilla
Le grandi città alimentano le diseguaglianze
(5 Febbraio 2025)
Gianmarco Pondrano d'Altavilla