Roma – Individuare un nuovo modo per trattare la patologia e i sintomi della sindrome dell’X fragile, il più comune disturbo dello spettro autistico di origine genetica. A questo obiettivo è stato orientato uno studio, pubblicato sulla rivista Cell Reports, condotto dagli scienziati del Massachussetts Institute of Technology e dell’Università di Glasgow. Il team, guidato da Mark Bear e Stephanie Barnes, ha utilizzato un modello murino per valutare l’efficacia di un nuovo tipo di segnalazione neurotrasmettitoriale. Il nuovo approccio funziona prendendo di mira GluN2B, una specifica subunità molecolare dei recettori NMDA che svolge un ruolo chiave nel modo in cui i neuroni sintetizzano le proteine per regolare le loro connessioni.
La sindrome dell’X fragile, spiegano gli esperti, è caratterizzata da un’eccessiva sintesi proteica nei neuroni, che altera la plasticità sinaptica e la funzione cerebrale. Studi precedenti del laboratorio di Mark Bear avevano dimostrato che la disregolazione della sintesi proteica è un tratto comune tra X fragile e la sclerosi tuberosa (TSC), ma in direzioni opposte. In particolare, l’X fragile è associata a una sintesi proteica eccessiva, mentre la sclerosi tubercolosa da una sintesi proteica ridotta. Combinando le due mutazioni, i topi nascevano sani, suggerendo un equilibrio tra i due processi. In questo lavoro, gli autori hanno analizzato i recettori NMDA, che regolano la comunicazione sinaptica e la plasticità neurale. Hanno scoperto che la subunità GluN2B dei recettori NMDA ha un ruolo chiave nel controllare la sintesi proteica nei neuroni dell’ippocampo. In effetti, riportano i ricercatori, l’attivazione mirata di questa subunità migliorava la regolazione della sintesi proteica. Il farmaco sperimentale Glyx-13, sviluppato dagli autori, riduceva le crisi epilettiche indotte dal suono nei modelli murini. “I nostri risultati – afferma Bear – combaciano con le scoperte precedenti. Abbiamo identificato un nuovo meccanismo che potrebbe essere sfruttato per trattare la sindrome dell’X fragile”. “Manipolando la segnalazione della subunità GluN2B – aggiunge Barnes – siamo stati in grado di bilanciare la sintesi proteica nei neuroni affetti da X fragile, migliorando diverse funzioni cerebrali alterate nella malattia”. I ricercatori stanno ora studiando se farmaci che mirano specificamente alla subunità GluN2B dei recettori NMDA possano diventare trattamenti clinici per la sindrome dell’X fragile. Alcuni di questi farmaci sono già in fase di sviluppo. Ulteriori ricerche valuteranno l’efficacia di questi approcci in modelli animali più avanzati e il loro potenziale utilizzo in altre malattie neurologiche.(30Science.com)