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Ricercatrice Ca’ Foscari scopre tela del Bellini in Dalmazia

(31 Ottobre 2023)

Roma – Nel piccolo museo allestito di recente nel monastero delle benedettine sull’isola di Pago (Pag), in Dalmazia, si conserva un dipinto della metà del Quattrocento raffigurante una Madonna con il Bambino, che tiene nelle mani un frutto, all’apparenza un melograno. L’opera è dipinta su tavola, misura 54,5 x 44,5 cm, e mostra ingenti problemi di conservazione. Ma allo sguardo attento di Beatrice Tanzi, dottoranda in Storia delle Arti presso l’Università Ca’ Foscari Venezia che si trova lì nell’estate 2021 per un viaggio di studio in Dalmazia nell’ambito del progetto ERC AdriArchCult sotto la direzione della prof. Jasenka Gudelj, non è sfuggita la straordinaria qualità del dipinto. La tavola, per la studiosa, è infatti da riferirsi al giovane Giovanni Bellini tra la metà degli anni cinquanta e quella dei sessanta del Quattrocento, lo stesso periodo dei Trittici della Carità delle Gallerie dell’Accademia di Venezia.  La suggestiva ipotesi di ricerca di Beatrice Tanzi è appena stata pubblicata in un articolo  della rivista inglese The Burlington Magazine, una delle riviste internazionali di Storia dell’Arte più prestigiose e note al mondo.

 

Giovanni Bellini – Madonna con bambino

 

Il dipinto mostra estese cadute di colore, ma le parti rimaste integre rivelano una qualità raffinatissima, inoltre il quadro non ha subito importanti ridipinture.

La tavola era nota da circa un quarantennio sotto erronee attribuzioni – tra la bottega di Francesco Squarcione, l’ambito di Andrea Mantegna e Bartolomeo Vivarini – ma solamente nella storiografia croata, rimanendo esclusa dal dibattito internazionale. L’attribuzione a Bellini è quindi una novità vera e propria, tanto che il nome del pittore non era mai entrato nella discussione. La datazione è stata ipotizzata intorno al 1460.

La mano dell’artista veneziano è chiaramente riconoscibile per una serie di caratteristiche: il paesaggio che sta alle spalle della Vergine, con aspetti più collinari che montani, molto verde e corsi d’acqua, reso a tocchi brevi e quasi miniaturistici, si ritrova nella Crocifissione del Museo Correr o nell’Uomo dei dolori del Museo Poldi Pezzoli di Milano; il volto del Bambino imbronciato è assai vicino, in una tipologia che si incontra di continuo, all’angioletto che sorregge il Cristo sulla sinistra nella Pietà del Museo Correr, ma anche al Bambino della cosiddetta Madonna Davis del Metropolitan, o in quello del Rijksmuseum di Amsterdam.

Il volto della Vergine invece, per quanto più compromesso, soprattutto nella parte destra, ha i tratti resi con le semplificazioni tipiche del momento, a partire dalle figure femminili nella precoce Natività della Vergine della Galleria Sabauda a Torino o in quelli della controversa Sant’Orsola con le compagne e la donatrice delle Gallerie dell’Accademia e della Madonna Johnson del Philadelphia Museum of Art, solo per fare degli esempi, nelle quali si può cogliere ancora l’intreccio con le opere mature del padre Jacopo, tipo la Madonna dei cherubini sempre all’Accademia.

“Conforta l’attribuzione a Giovanni Bellini, – spiega Beatrice Tanzi – da un punto di vista stilistico, un’ampia serie di confronti con le opere giovanili del pittore un momento in cui si colgono gli intrecci formali con le opere del cognato Andrea Mantegna. Siamo dunque in una congiuntura artistica di elevatissimo significato, quella che produce le strepitose miniature della Geographia di Strabone ad Albi, la malandata Madonna Fodor in collezione privata, la Madonna Davis del Metropolitan o gli esemplari della Gemäldegalerie di Berlino e della Pinacoteca Malaspina di Pavia”.

Si tratta dunque di un’acquisizione di particolare rilievo, in quanto, in primis, rappresenta la prima opera del pittore per i territori orientali della Serenissima; era, inoltre, da oltre un secolo che non si ritrovava un’opera di questo genio del Rinascimento nel luogo per il quale, verosimilmente, era stata eseguita, il monastero delle benedettine di Santa Margherita a Pag.

In mancanza di fonti documentarie garantite, la studiosa ha voluto ipotizzare un legame con la famiglia Mišolić (latinizzato in De Missolis), fra le più in vista dell’isola tra Quattrocento e Cinquecento. In particolare, per Giorgio Mišolić, nobile e membro del Gran Consiglio della città, conte palatino, capitano di galea e, nel 1477 incaricato di dirimere le questioni legate alla vendita del sale a Venezia, sono documentati stretti e costanti legami con la dominante.

Mišolić aveva inoltre avuto un ruolo di rilievo nella costruzione della nuova chiesa delle benedettine, commissionando a Giorgio Dalmata, il più grande architetto e scultore della Dalmazia, una cappella al suo interno. È quindi ragionevole ritenere che un personaggio della sua statura, sia economica che intellettuale, potesse avere dimestichezza con i circoli più aggiornati della cultura figurativa della città di San Marco, dalla quale proviene il dipinto.(AGI)

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