Mediterraneo: razze e squali a rischio nelle zone protette

10 Ago, 2022
Valentina Di Paola
In evidenza | News | Transizione ecologica

(30Science.com) – Roma, 10 ago. –  Nel Mar Mediterraneo, diverse specie di squalo vengono catturate nelle aree marine protette addirittura più frequentemente rispetto a quanto avviene nelle zone non protette. A questa conclusione giunge uno studio, pubblicato sulla rivista Nature Communications, condotto dagli scienziati della Stazione Zoologica Anton Dohrn, che hanno valutato i tassi di cattura degli squali nel Mediterraneo. Questi risultati, spiegano gli esperti, evidenziano la necessità di una migliore gestione delle aree marine, fondamentale per garantire la conservazione delle specie.

Palombi catturati (crediti Katie Hogg e AMP Isole Egadi)

Le aree marine protette e parzialmente protette sono promosse come strumento di conservazione per gli elasmobranchi, una sottoclasse di pesci che comprende squali, razze e mante, diverse specie che hanno subito un significativo calo di popolazione a causa della pesca eccessiva. Nel Mediterraneo, scrivono gli autori, gli impatti della pesca su queste specie sono poco studiati, principalmente perché esistono pochi dispositivi di localizzazione sui pescherecci.

Il team, guidato da Manfredi Di Lorenzo, ha valutato gli effetti della pesca sugli elasmobranchi utilizzando il campionamento fotografico e l’analisi delle immagini per compilare un database di 1.256 operazioni di pesca su piccola scala in 11 località in Francia, Italia, Spagna, Croazia, Slovenia e Grecia. I ricercatori hanno quindi elaborato modelli statistici per dimostrare che le catture di specie minacciate si verificavano principalmente nelle aree parzialmente protette rispetto alle aree marine non protette. Gli autori sostengono che le aree parzialmente protette dovrebbero svolgere un ruolo importante nella protezione degli elasmobranchi minacciati, ma saranno necessarie misure di gestione aggiuntive e una maggiore conformità per preservare queste specie. Gli studiosi evidenziano inoltre che sarà fondamentale migliorare la gestione delle aree marine non solo nel Mediterraneo, ma anche nei mari e negli oceani in cui predominano le attività di pesca.

Le aree marine protette nel Mediterraneo sono utili per salvaguardare la fauna marina, ma è necessario ottimizzare la loro gestione e la regolamentazione”. Lo spiega a 30Science.com Antonio Di Franco, ricercatore presso la Stazione Zoologica Anton Dohrn e coautore, insieme a Manfredi Di Lorenzo, Antonio Calò ed altri colleghi dello studio pubblicato sulla rivista Nature Communications.

Pesca artigianale (Crediti Katie Hogg e AMP Isole Egadi)

Sebbene la documentazione relativa alla pesca industriale sia piuttosto vasta – affermano i coordinatori dello studio – abbiamo pochi dati relativi alle operazioni di pesca artigianale, anche a causa del fatto che queste barche generalmente non sono equipaggiate con dispositivi di localizzazione”. Gli esperti hanno individuato 24 specie di elasmobranchi, alcune delle quali presenti nell’elenco delle specie potenzialmente a rischio di estinzione stilato dall’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura (IUCN). Dopo aver elaborato modelli statistici, gli studiosi hanno scoperto che nelle aree parzialmente protette veniva catturato un numero più elevato di esemplari, anche giovani.

I nostri risultati portano a una duplice considerazione – continuano i ricercatori – da un lato le catture più numerose nelle aree protette indicano che l’istituzione di zone protette è efficace per favorire la protezione ed il recupero di queste specie. Questa evidenza è in linea con altre, relative ad altri gruppi di pesci, che testimoniano che le aree marine protette possono favorire l’aumento del numero e della taglia degli individui che beneficiano della protezione.”.

D’altro canto, però – concludono – i dati evidenziano la necessità di regolamentare le operazioni di pesca artigianale nelle aree marine parzialmente protette. Ad esempio, potrebbe essere opportuno limitare le zone destinate alla pesca in determinati periodi dell’anno o vietare l’uso di specifici strumenti che sappiamo essere dannosi per la fauna marina. La gestione ottimale di queste zone potrebbe favorire la conservazione delle specie e allo stesso tempo garantire un maggiore guadagno per i pescatori”.

“I risultati di questo studio – conclude Paolo Guidetti, altra firma dell’articolo – possono essere utili non solo per far sì che ogni AMP funzioni meglio in termini di conservazione di specie vulnerabili, ma anche per permettere all’Italia di raggiungere concretamente gli obiettivi su cui si è impegnata a livello internazionale, primo fra tutti quello relativo alla Strategia EU per la biodiversità 30×30, la quale prevede che l’Italia entro il 2030 sia dotata di aree marine ‘efficacemente’ (e non solo sulla carta) protette pari al 30% delle sue acque marine, di cui il 10% ‘strettamente’ protette”.(30Science.com)

Classe ’94, cresciuta a pane e fantascienza, laureata in Scienze della comunicazione, amante dei libri, dei gatti, del buon cibo, dei giochi da tavola e della maggior parte di ciò che è anche solo vagamente associato all’immaginario nerd. Collaboro con 30science dal gennaio 2020 e quest’anno ho ottenuto un assegno di ricerca presso l’ufficio stampa dell’Istituto di ricerca sugli ecosistemi terrestri del Consiglio nazionale delle ricerche. Se dovessi descrivermi con un aggettivo userei la parola ‘tenace’, che risulta un po’ più elegante della testardaggine che mi caratterizza da prima che imparassi a usare la voce per dar senso ai miei pensieri. Amo scrivere e disegnare, non riesco a essere ordinata, ma mi piace pensare che la mia famiglia e il mio principe azzurro abbiano imparato ad accettarlo. La top 3 dei miei sogni nel cassetto: imparare almeno una lingua straniera (il Klingon), guardare le stelle più da vicino (dal Tardis), pilotare un velivolo (il Millennium Falcon).
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