Giulio Lucarini: “L’Egitto della preistoria e le piramidi che non cadono dal cielo”

Alessandro Berlingeri
13 Lug, 2021
News | Scienza

(30Science.com) – Roma, 13 lug. –  Le piramidi dell’antico Egitto non sono misteriosi oggetti improvvisamente caduti dal cielo, ma sono frutto di un percorso evolutivo durato millenni, che ha visto protagonisti i gruppi umani che popolarono le regioni dell’Africa nordorientale durante l’Olocene. A partire da circa 12.000 anni fa, infatti, successivamente all’ultima glaciazione che, millenni prima, aveva reso il Sahara un territorio freddo, arido e quasi completamente disabitato, le migliori condizioni climatiche favorirono il ripopolamento di queste regioni e lo sviluppo del cosiddetto deserto verde fatto di praterie, laghi, animali e piante. Questa condizione perdurò sino a circa 7.000 anni fa, quando lo slittamento a sud della fascia delle piogge monsoniche lasciò gradualmente spazio all’affascinante e torrida distesa di sabbia che conosciamo oggi.

Oasi di Farafra, Egitto. Veduta panoramica del deserto a nord dell’oasi. Credit: Carlos de la Fuente.

Questi lunghi millenni di storie, vite e culture che hanno caratterizzato le regioni dell’Africa nordorientale prima della comparsa delle piramidi rappresentano le fondamenta più profonde e solide sui cui la successiva civiltà faraonica ha potuto costruire la sua grandezza e i suoi fasti. Proprio di questo periodo, spesso dimenticato e trascurato, ci parla Giulio Lucarini, archeologo africanista, ricercatore dell’Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR ISPC) e docente di Preistoria e Protostoria presso il Dipartimento Asia Africa e Mediterraneo dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Colmare questo vuoto di conoscenze nella storia umana, lungo circa 7.000 anni, è proprio l’obiettivo che il professor Lucarini sta perseguendo attraverso i lavori condotti nell’ambito di due progetti multidisciplinari da lui diretti: il Farafra Oasis Prehistoric Project (FPP), in collaborazione con Barbara E. Barich (ISMEO e Fondazione Roma Sapienza), e il neonato progetto Prehistoric Egypt in Museum Collections (PrEMuC), che ha come obiettivo lo studio delle collezioni preistoriche egiziane conservate nei musei; questi progetti intendono gettare nuova luce su questo importantissimo e purtroppo spesso dimenticato lungo periodo della storia egiziana.

Oasi di Farafra, Egitto. Giulio Lucarini nel deserto a nord dell’oasi. Credit: Ilaria Venir.


Cosa sappiamo dell’Egitto preistorico e come mai viene spesso trascurato?

Dove ci sono “vicini ingombranti” che fanno molta ombra, come a volte avviene anche in Italia con le antichità classiche, tutto ciò che è “altro” tende a rimanere orfano o ad essere solo parzialmente considerato. Questo è un po’ quello che accade anche in Egitto, dove l’interesse relativo alla preistoria rimane molto marginale.

Le conseguenze di questo diffuso disinteresse nei confronti della preistoria egiziana non si sono fatte attendere: tra il grande pubblico, l’Egitto prima dei faraoni è pressoché sconosciuto; a livello scolastico gli argomenti a esso relativi sono spesso trattati in maniera molto superficiale. È forse anche un po’ a causa di questa ignoranza che spesso si tende erroneamente a considerare le piramidi come testimonianza degli inizi di un processo che in realtà era in atto già da millenni. I gruppi umani che popolarono la Valle del Nilo, il Sahara orientale e la Nubia a partire da circa 12.000 anni fa, contribuirono in egual misura agli sviluppi socio-culturali di quelle società che successivamente diedero vita a una delle prime entità statali della storia.

Oasi di Farafra, Egitto. Fondo di capanna preistorico. Credit: Carlos de la Fuente.


Dove si svolge il tuo lavoro e come è cambiato l’ambiente in Africa nordorientale nel corso di questi millenni?

Dal 1995 conduco ricerche e scavi nel Sahara Orientale e in particolare nel Deserto Occidentale Egiziano, un’affascinate e oggi aridissima regione che si estende a ovest del Nilo: questa zona nei millenni ha sperimentato continue oscillazioni climatiche che hanno pesantemente influenzato le dinamiche di popolamento dei gruppi umani.

Intorno a 20.000 anni fa, in corrispondenza del picco dell’ultima glaciazione, l’Africa settentrionale, che a differenza di gran parte dell’Europa, dell’America settentrionale e parte dell’Asia, non era ricoperta dai ghiacci, sperimentò comunque una fase climatica estremamente fredda e arida, che ridusse fortemente il popolamento nelle aree interne, consentendone la continuazione solo in quelle dove era ancora disponibile una certa quantità d’acqua, principalmente lungo la fascia costiera mediterranea e lungo la Valle del Nilo.

Con gli inizi dell’Olocene, ultimo periodo interglaciale iniziato circa 12.000 anni fa, ebbe inizio una fase di miglioramento climatico. La fascia delle piogge monsoniche, che oggi si trova tra il Tropico del Cancro e l’Equatore, era slittata molto più a nord e le regioni del Deserto Occidentale Egiziano, oggi quasi completamente desertiche, ne poterono beneficiare. In particolare, l’occupazione preistorica dell’Olocene si sviluppò in corrispondenza delle oasi di Siwa, Bahariya, Farafra, Dakhla e Kharga. Queste oasi, oggi divenute centri urbani particolarmente sviluppati, in quel periodo sperimentarono condizioni climatiche particolarmente favorevoli che incoraggiarono il popolamento e le interazioni tra i gruppi sahariani e quelli nilotici.

Le comunità del Deserto Occidentale Egiziano tendevano a spingersi verso i bacini lacustri presenti in prossimità delle oasi; vivevano e praticavano le loro attività in piccoli villaggi composti da gruppi di capanne di cui oggi ritroviamo le strutture di base che erano allestite con lastre calcaree disposte circolarmente. Possiamo quindi immaginare un “deserto” verde popolato e ricco di risorse animali e vegetali.

Oasi di Farafra, Egitto. Un fennec, la volpe del deserto che fa visita al campo della missione archeologica. Credit: Giulio Lucarini.


Che tipo di economia caratterizzava le società dell’Egitto preistorico?

Le comunità del Deserto Occidentale Egiziano si svilupparono principalmente grazie a un’economia mista. Immaginate gruppi di raccoglitori e cacciatori che sfruttavano piante selvatiche come il sorgo, specie animali facilmente controllabili come lo struzzo, e cacciavano animali di piccola taglia come la gazzella. Intorno a 8.000 anni fa circa, con l’introduzione delle specie domestiche (bue, capra e pecora) provenienti dalle regioni del Levante, le economie pastorali andarono sempre più affermandosi, ma non sostituirono mai del tutto le risorse selvatiche locali che continuarono a essere ampiamente utilizzate. Per le popolazioni stanziate lungo il Nilo, altra componente fondamentale era ovviamente rappresentata dalle attività di pesca. Nel complesso, si trattava quindi di uno sfruttamento dell’ambiente ad ampio spettro, in cui le risorse venivano gestite stagionalmente, a seconda di ciò che il territorio metteva a disposizione in diversi periodi dell’anno.

Una vera e propria economia agricola non si sviluppò nel Sahara, almeno fino al I millennio a.C. soprattutto grazie a migliori tecniche di irrigazione. A partire da 7.000 anni fa circa, invece, grazie alla presenza del Nilo e dei sedimenti fertili da esso depositati, le prime comunità agricole fecero la loro comparsa in Egitto settentrionale, successivamente all’arrivo di cereali (frumento e orzo) e legumi domestici introdotti sempre dalle regioni levantine, dove queste specie venivano coltivate già da millenni.

Oasi di Farafra, Egitto. Raffigurazione incisa di imbarcazione. Credit: Giulio Lucarini.

 

Cosa ha portato queste comunità del Deserto Occidentale Egiziano a spostarsi verso la Valle del Nilo?

Intorno a 7.000 anni fa circa (5.000 a.C.), a causa di un peggioramento climatico dovuto al graduale ritiro, verso sud, della fascia di piogge monsoniche, il Deserto Occidentale Egiziano cominciò a sperimentare una fase di crescente aridità che contribuì a rendere questa regione il deserto assoluto che conosciamo oggi. Durante il V millennio a.C., a causa della sempre maggiore difficoltà di accesso alle risorse, i gruppi umani furono gradualmente costretti ad abbandonare queste aree. Alcune comunità si diressero a sud, seguendo il movimento della fascia monsonica, mentre altre si spostarono verso est in direzione della Valle del Nilo. Le oasi del Deserto Occidentale Egiziano continuarono a essere frequentate solo saltuariamente e testimonianze di interazioni tra gruppi del deserto e comunità della Valle del Nilo provengono anche da alcune rappresentazioni di arte rupestre dell’Oasi di Farafra che presentano alcuni soggetti, come le imbarcazioni, chiaramente collegabili alla sfera nilotica.

È quindi importantissimo il contributo fornito dalle comunità del Deserto Occidentale Egiziano allo sviluppo delle successive culture predinastiche della Valle del Nilo. Il Predinastico è quella fase della storia egiziana caratterizzata da una sempre più accentuata complessità socio-culturale e politica, che si sviluppò principalmente durante il IV millennio a.C. e nell’ambito del quale cominciarono a emergere centri particolarmente importanti che esercitavano un controllo diretto sui territori circostanti. Uno di questi è Eliopoli, localizzato sulla sponda orientale del Nilo e attualmente inglobato nel sobborgo cairota di el-Matariya; Eliopoli si sviluppò in età predinastica e, durante il periodo faraonico, il suo nome è strettamente legato al culto solare. È proprio da Eliopoli che proviene gran parte dei manufatti archeologici predinastici che saranno analizzati nell’ambito del progetto PrEMuC. Si tratta di materiali scavati nell’ambito della Missione Archeologica Italiana diretta da Ernesto Schiaparelli, primo direttore del Museo Egizio di Torino, agli inizi del Novecento e attualmente conservati in parte al Museo Egizio di Torino e in parte in deposito temporaneo presso il Museo dell’Opera del Duomo di Bracciano.

Museo dell’Opera del Duomo, Bracciano. Manufatti in pietra provenienti da Eliopoli. Credit: Sabrina Martin.

 

Museo Egizio, Torino. Manufatti ceramici provenienti da Eliopoli. Credit: Sara Aicardi.


Che tipo di manufatti sono stati rinvenuti a Eliopoli e sono ora in corso di studio nell’ambito del tuo progetto PrEMuC?

Si tratta di manufatti in pietra e recipienti ceramici. Tra i primi, sono presenti strumenti in pietra scheggiata – principalmente selce – di raffinata manifattura, come coltelli bifacciali, punte di freccia, accette, elementi di falcetto, ecc. Questi materiali ci forniscono chiare indicazioni di interazioni e trasferimenti di idee e materiali avvenuti tra le popolazioni del Deserto Occidentale Egiziano e quelle della Valle del Nilo. Gli strumenti in pietra rivenuti a Eliopoli, infatti, databili al IV millennio a.C., trovano dei confronti molto puntuali con alcune produzioni simili, ma molto più antiche, nell’Oasi di Farafra; i manufatti di Farafra possono essere considerati dei veri e propri prototipi di quelli che secoli più tardi fecero la loro comparsa nei complessi predinastici lungo il Nilo. Tra gli altri materiali archeologici in pietra provenienti da Eliopoli sono presenti pietre da macina, percussori e tavolozze da cosmesi. Altra componente importantissima è quella rappresentata dalla produzione ceramica che ci permette, tramite un confronto con i vicini siti del Delta del Nilo, di definire meglio le diverse fasi di occupazione del sito di Eliopoli e di comprendere più a fondo le diverse tecniche legate alla sua produzione. Questi manufatti non sono pietre preziose, non sono statue colossali, non sono sfarzosi gioielli; ciononostante rimangono uniche e insostituibili fonti che ci permettono di ricostruire la storia di un “altro” Egitto, quello preistorico.

Poco conosciute dal grande pubblico perché oscurate dall’ombra delle piramidi, le comunità preistoriche che popolarono le regioni dell’Africa nordorientale a partire da 12.000 anni fa giocarono un ruolo cardine negli sviluppi sociali e culturali della successiva civiltà faraonica; siamo di fronte alla vera “pietra di fondazione” sui cui, nei millenni a venire, venne costruito tutto il resto. (30Science.com)

Museo dell’Opera del Duomo, Bracciano. Manufatti predinastici. Credit: Sabrina Martin.

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