Roma, 19 nov. – Con l’annuncio di AstraZeneca che ha pubblicato oggi su Lancet i risultati della sperimentazione di fase II comincia a delinearsi il quadro dei candidati vaccini che molto presto – tra la fine dell’anno e l’inizio dell’anno nuovo – potrebbero cominciare ad essere distribuiti in Europa, negli Stati Uniti e in diversi altri paesi in Africa, Asia e America. Insieme al vaccino prodotto dalla multinazionale svedese-britannica con sede a Londra, in collaborazione con lo Jenner Institute dell’Università di Oxford e con la Advent-Irbm di Pomezia (Roma) ci sono anche i due vaccini prodotti da Moderna, in collaborazione con il National Institute of Health (NIH) e quello prodotta da Pfizer/Biontech. Mentre per quello di Pfizer si è conclusa anche la sperimentazione di fase III, per quello di Moderna occorre aspettare ancora un po’ di tempo per arrivare allo stesso risultato e, per ora dobbiamo accontentarci dei dati che arrivano da una interim review. Mentre per vedere la conclusione della fase III del vaccino di Astrazeneca occorrerà attendere almeno fino alla fine dell’anno.

I dati presentati oggi da AstraZeneca inoltre sono molto diversi da quelli presentati dagli altri due vaccini. Si riferiscono infatti al solo monitoraggio della produzione degli anticorpi nei pazienti, mentre gli altri due vaccini, in maniera definitiva, per quello di Pfizer/Biontech, e ancora in itinere per quanto riguarda quello di Moderna/NIH, forniscono dati relativi anche alla efficacia reale dei vaccini dimostrata su campioni molto ampi di popolazione (almeno 30.000 persone) esposta al virus.

I dati degli esperimenti di Pfizer e Moderna

Gli esperimenti di fase III condotti da questi ultimi due vaccini hanno permesso di valutare dunque il reale tasso di infezione nei soggetti che hanno preso il vaccino e in quelli che invece pur partecipando alla sperimentazione hanno invece avuto un placebo. In questo modo – per esempio Pfizer ha potuto verificare che nella popolazione che ha partecipato alla sperimentazione si sono avuti 170 casi di infezione di cui 162 tra quelli a cui era somministrato il placebo e solo 8 tra quelli che invece hanno preso il vaccino. Altro importante punto che è emerso dalla sperimentazione di fase III di Pfizer è che in tutto il campione ci sono stati 10 casi di Covid-19 in forma grave, di questi 9 sono quelli che sono stati registrati nei soggetti che hanno assunto il placebo e solo 1 tra quelli che hanno assunto il vaccino.

Per il vaccino di Moderna invece si sono segnalati 95 casi di infezioni da Sars-CoV2, delle quali 90 tra i soggetti a cui è stato somministrato un placebo e 5 tra quelli cui è stato sottoposto il vaccino. Da questa prima analisi ad interim dei risultati della sperimentazione del vaccino di Moderna si sono anche osservati 11 casi di forme acute di Covid-19: tutte hanno riguardato pazienti cui era stato somministrato il placebo.

Il ritardo di AstraZeneca

Il vaccino Astrazeneca sconta dal canto suo un ritardo nella sperimentazione dovuto alla pausa che ha subito agli inizi di settembre quando si è avuto il sospetto che uno dei volontari che partecipava alla sperimentazione di fase III, fosse stato colpito da una forma grave problema neurologico. La scoperta aveva indotto a una pausa della sperimentazione in diversi paesi tra cui il Sudafrica, il Giappone, il Regno Unito e gli Stati Uniti. Fino a quel momento il vaccino di Oxford era tra quelli in stato più avanzato della sperimentazione essendo stato il primo ad aver raggiunto la fase III in diversi paesi del mondo. La necessità di completare i dovuti accertamenti sul caso del paziente ha comportato un ritardo di circa un mese nella sperimentazione che ora è ripartita dopo una accurata revisione e, spiegano i responsabili, dovrebbe concludersi a dicembre.

Tre campioni di innovazione

Tutti e tre i vaccini sono molto innovativi sotto il profilo biotecnologico. Se infatti i primi due sono una vera e propria novità, sono cioè i primi due farmaci di una nuova categoria della farmaceutica, quella dei farmaci a base di mRNA, quello, prodotto da AstraZeneca rappresenta uno dei primi esempi di vaccini a vettore virale non replicante. In pratica il vaccino è costruito sfruttando un particolare adenovirus che causa il raffreddore nelle scimmie, che viene prima reso innocuo, cioè incapace di replicarsi, e sul quale poi viene inserita la proteina Spike del Sars-CoV2 contro la quale si vuole indurre la reazione del sistema immunitario del paziente. Al momento lo stesso Jenner Institute ha sviluppato con questa tecnologia anche altri vaccini contro Ebola e contro la Mers (un’altra malattia respiratoria molto grave causata da un altro coronavirus) ma non ci sono prodotti autorizzati che applicano questa strategia. Il centro di Pomezia è specializzato proprio nella produzione di questa particolare molecola composta da due diversi virus.