Valentina Di Paola

Lupo, Angelini (Green Impact), “il declassamento deriva da creatività scientifica”

(2 Aprile 2026)

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Roma – “La proposta di declassamento del lupo deriva da un ragionamento che non si basa assolutamente su dati scientifici: non esiste uno stato di monitoraggio sufficientemente accurato per poter procedere al declassamento, che non è supportato da dati validati e organizzati in maniera sistemica a livello locale e nazionale”. A sottolineare questi concetti con l’Osservatorio Lupo di 30science.com Gaia Angelini, presidente di Green Impact, che insieme ad altre associazioni nazionali ha presentato un appello al Ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin per smentire con chiarezza qualsiasi intenzione di autorizzare uccisioni di lupi (Canis lupus) in Italia. Questi argomenti verranno approfonditi in data odierna durante un evento promosso al Senato della Repubblica dalla Senatrice Gisella Naturale.

Gaia Angelini, presidente di Green Impact

“Questa situazione – spiega Angelini all’Osservatorio Lupo – si inserisce nel quadro della Direttiva Habitat, che esiste dagli anni ’90. La proposta di declassamento è stata avanzata dalla Commissione europea, ma non obbliga gli stati membri ad aderire ad essa. Molte realtà europee, infatti, hanno scelto di non procedere al declassamento del lupo. Tale manovra non si basa su criteri scientifici solidi e dati peer review, ma soltanto su un report pubblicato da una società di Bruxelles, che, oltre a non esser stato sottoposto a revisione paritaria, non riportava informazioni capillari sul monitoraggio della specie, necessarie per procedere a un’azione di declassamento”. “Nonostante gli enti scientifici si siano mobilitati – aggiunge – raccogliendo firme e invocando accuratezza scientifica, i nostri appelli sono rimasti inascoltati. C’è da ribadire, però, che la modifica dello stato di conservazione di una specie, per legge, dovrebbe avvenire solo a seguito di un corpus di dati solido, accurato, scientificamente valido. Tutto ciò dimostra che non esistono informazioni scientifiche che validino la necessità di declassamento del lupo, in primis perché non sono disponibili sforzi di monitoraggio accurati. Non sappiamo, di fatto, quanti esemplari di lupo siano in vita nel territorio nazionale, tanto meno in quello europeo. Si pensi solo che nei 27 stati membri dell’UE esistono almeno 34 metodi diversi per collezionare i dati. Non abbiamo quindi modo di stimare in modo accurato gli esemplari presenti sul territorio”.

“Per queste ragioni – continua Angelini – i dati che sono stati presentati come scientificamente utili sono in realtà proiezioni, inferenze, e, in alcuni casi, manipolazioni statistiche. Per stabilire lo stato di conservazione effettivo di una specie serve una valutazione nazionale e locale, ed è necessario che la presenza degli animali venga dimostrata stabilmente nel tempo. Anche per ottenere questi dati è necessario uno sforzo di monitoraggio importante, che invece non c’è stato”.

“Quello che conosciamo – ribadisce la presidente di Green Impact – è una stima della mortalità dei lupi, una categoria che comprende tutte le cause, sia naturali che legate al bracconaggio, agli avvelenamenti, agli incidenti stradali e altre motivazioni. Secondo i dati ufficiali, seppur discontinui, negli ultimi cinque anni sono morti circa 2.000 lupi, un numero che, secondo enti e associazioni, potrebbe essere addirittura sottostimato, perché le informazioni relative ai casi di bracconaggio e avvelenamento sono frammentarie. Anche perché non tengono conto della mortalità transfrontaliera: negli stati limitrofi all’Italia ci sono realtà che uccidono i lupi: sull’arco alpino questi esemplari sono soggetti a un indice di rischio più elevato”. “In aggiunta – prosegue – chiedere il declassamento di una specie in Europa significa presupporre che esista una sola popolazione, quando sappiamo che nel territorio esistono molteplici sottocategorie, popolazioni e sottopopolazioni”.

“Alla luce di queste riflessioni – aggiunge Angelini – non è plausibile che il Ministero dell’Ambiente promuova l’uccisione dei lupi. Si dovrebbe piuttosto affrontare il problema inverso, legato a un indice di mortalità troppo elevato”. “La proposta di abbattimenti è decisamente antiscientifica – sottolinea – anche perché la specie è in ripresa da pochissimi anni: in alcune zone dell’Europa non c’erano lupi fino a una manciata di decenni fa. C’è piuttosto un robusto corpus di evidenze scientifiche che dimostra l’importanza di avviare e perseguire progetti di monitoraggio più precisi”.

“L’altra indicazione completamente arbitraria della proposta di abbattimento riguarda i valori stessi scelti come riferimento – spiega ancora Angelini – il limite di 160 esemplari si basa sul presupposto che esistano 3.500 individui su base nazionale e che esista la possibilità di abbattere tra il tre e il cinque per cento della popolazione totale. Tutto ciò non è assolutamente comprovato da osservazioni scientifiche: non sappiamo se effettivamente quello sia il numero di lupi presenti, né che l’eliminazione di quella percentuale non incida sulla conservazione della specie. Ecco perché parliamo di creatività scientifica”.

“Ci sono molte incognite per il futuro – considera Angelini – ma sappiamo che l’uccisione degli animali, anche in caso di declassamento della specie, rappresenta sempre e comunque l’ultima ratio, l’abbattimento deve essere comunque giustificato a livello giuridico, e si tende a prediligere opzioni differenti e alternativi, come la rimozione e lo spostamento degli animali. Oggi abbiamo modalità di innovazione tecnologica che aiutano ad allontanare gli animali da alcune zone”.

“L’aspetto fondamentale da tenere a mente – conclude – è che l’obiettivo di garantire lo stato di conservazione favorevole della specie è presente sia in regime di protezione rigorosa che in caso di declassamento. È fondamentale spiegare questi concetti, coinvolgere l’opinione pubblica e la popolazione. Dai sondaggi condotti a livello europeo in diversi stati negli ultimi cinque anni, emerge che circa il 70 per cento degli intervistati è a favore del lupo, dobbiamo insistere in queste questioni. La scienza è di tutti, i processi decisionali non dovrebbero essere elitari”.(30Science.com)

Valentina Di Paola
Classe ’94, cresciuta a pane e fantascienza, laureata in Scienze della comunicazione, amante dei libri, dei gatti, del buon cibo, dei giochi da tavola e della maggior parte di ciò che è anche solo vagamente associato all’immaginario nerd. Collaboro con 30science dal gennaio 2020 e nel settembre 2021 ho ottenuto un assegno di ricerca presso l’ufficio stampa dell’Istituto di ricerca sugli ecosistemi terrestri del Consiglio nazionale delle ricerche. Se dovessi descrivermi con un aggettivo userei la parola ‘tenace’, che risulta un po’ più elegante della testardaggine che mi caratterizza da prima che imparassi a usare la voce per dar senso ai miei pensieri. Amo scrivere e disegnare, non riesco a essere ordinata, ma mi piace pensare che la mia famiglia e il mio principe azzurro abbiano imparato ad accettarlo. La top 3 dei miei sogni nel cassetto: imparare almeno una lingua straniera (il Klingon), guardare le stelle più da vicino (dal Tardis), pilotare un velivolo (il Millennium Falcon).