Emanuele Perugini

Lupi avvelenati nel Parco d’Abruzzo, Sammarone: “È uno scontro culturale in cui perdiamo tutti”

(17 Aprile 2026)

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ROMA – Dieci lupi morti in due distinti episodi, il sospetto – ancora in attesa di conferme ufficiali – dell’avvelenamento, indagini in corso e un clima che si fa sempre più teso attorno alla convivenza tra grandi carnivori e attività umane. Luciano Sammarone, direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, sceglie parole misurate ma non attenua la gravità di quanto accaduto: “Parlare di guerra non mi piace, soprattutto in un momento storico come questo. Ma è evidente che siamo di fronte a uno scontro serio, e a un segnale molto preoccupante”.

I due episodi, chiarisce, devono essere tenuti distinti almeno fino a quando non arriveranno i risultati delle analisi. Nel primo caso, infatti, non esiste ancora una diagnosi definitiva sulle cause della morte. “Stiamo aspettando l’esito dell’Istituto zooprofilattico, che deve lavorare su un numero molto elevato di possibili sostanze. Non si tratta di verifiche immediate: si parla di indagini su circa ottanta principi attivi, quindi serve tempo per costruire un quadro certo”. Una cautela che, sottolinea, ha portato anche a una gestione prudente della comunicazione. “Non avevamo ancora elementi sufficienti per dire cosa fosse successo, e su questi temi bisogna essere rigorosi”.

Uno dei cnque lupi trovarti morti a Civitella Alfedena. Credit: Parco Nazionale Abruzzo, Lazio, Molise

Diverso, almeno nelle premesse, il secondo episodio. “In questo caso la situazione appare più chiara, pur restando ovviamente in attesa delle conferme ufficiali. Un guardiaparco ha trovato un primo lupo lungo il suo percorso, ha attivato immediatamente il nucleo cinofilo antiveleno e da lì sono stati individuati altri esemplari nello stesso punto, oltre a materiale che sembra riconducibile a esche avvelenate”. Un contesto che, pur senza anticipare conclusioni definitive, rafforza il sospetto di un’azione deliberata.

Il bilancio complessivo è pesante: circa dieci lupi morti. “A Alfedena, con ogni probabilità, è stato eliminato un intero branco. Questo significa che le conseguenze, dal punto di vista biologico ed ecosistemico, saranno importanti”, spiega Sammarone. “Parliamo di una popolazione che è più robusta rispetto ad altre specie, ma resta comunque un danno enorme per il territorio”. Il tema, infatti, non è solo numerico. “Non è solo la perdita di alcuni individui: è la destrutturazione di un branco, con effetti che si ripercuotono sull’equilibrio dell’ecosistema”.

A colpire maggiormente è la modalità. “Il veleno è l’atto più vile in assoluto. È indiscriminato, non sai cosa uccidi. Può colpire lupi, ma anche volpi, cani, altri animali selvatici o domestici. È un gesto di una gravità inaudita, di violenza pura”. Una pratica che, oltre a essere illegale, viene descritta come profondamente codarda. “Chi usa il veleno se la prende con animali che non hanno alcuna responsabilità rispetto ai problemi degli uomini, e lo fa in modo indiscriminato. È questo che lo rende ancora più grave”.

Sul piano delle responsabilità, tuttavia, Sammarone invita a non cedere a generalizzazioni. “Io non so chi sia stato e non intendo puntare il dito contro nessuno. Non abbiamo elementi per attribuire questo gesto a una categoria specifica”. Anzi, racconta di aver ricevuto segnali in senso opposto. “Diversi allevatori mi hanno chiamato per dire chiaramente che loro stanno dalla stessa parte della tutela e che questi atti non li rappresentano. Questo è un dato importante, perché dimostra che non si può fare di tutta l’erba un fascio”.

Allo stesso tempo, però, il direttore del Parco riconosce che esiste un cambiamento nel clima culturale. “Questi gesti sono figli di un approccio che sta mutando. Si sta diffondendo l’idea che il lupo non sia più una specie da proteggere, che si possa intervenire in modo più aggressivo, che in fondo eliminarlo sia accettabile. È un approccio profondamente sbagliato e pericoloso, che va contrastato”.

Un clima che, osserva chi monitora il fenomeno a livello nazionale, si inserisce in una sequenza di episodi sempre più frequenti e simbolicamente violenti. Sammarone non parla di escalation organizzata, ma invita a guardare i fatti. “Io non sono complottista, ma guardo la realtà. Di fronte a problemi complessi si cercano soluzioni semplici, e spesso sono quelle sbagliate. Il lupo diventa il capro espiatorio, ma non è all’origine di tutti i problemi”.

Sul terreno concreto della convivenza con la zootecnia, porta l’esperienza del territorio che gestisce. “Nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise gli indennizzi vengono pagati in tempi rapidi, mediamente entro novanta giorni. E non solo all’interno del parco, ma anche nell’area contigua, che è più ampia del parco stesso”. Si tratta di un impegno economico significativo. “Parliamo di circa 200-230 mila euro l’anno per i danni causati da lupi e orsi alla zootecnia”.

Una situazione che, secondo Sammarone, non giustifica in alcun modo azioni illegali. “Dove gli indennizzi non arrivano, è giusto che gli allevatori si lamentino. Ma questo non autorizza a uccidere animali o a utilizzare bocconi avvelenati. Non è così che si affrontano i problemi”. Anche perché, aggiunge, esistono strumenti di sostegno spesso sottovalutati. “Chi opera nelle aree della rete Natura 2000 riceve indennità compensative proprio per il fatto di convivere con vincoli ambientali e specie protette. Sono fondi importanti, legittimi, che arrivano alle aziende e che fanno parte di un sistema complessivo di gestione del territorio”.

Un altro nodo cruciale è quello della prevenzione. “Abbiamo in parte perso la cultura di come si fa allevamento in presenza di grandi predatori. Gli allevamenti estensivi senza misure di difesa sono inevitabilmente più esposti”. L’esempio più citato è quello dei cani da guardiania. “Dove vengono utilizzati correttamente, i danni si riducono drasticamente. Ma non basta avere un cane: deve essere della razza giusta, addestrato, inserito in un sistema di gestione adeguato. È un lavoro che richiede competenze e investimenti”.

Il quadro che emerge è quello di una complessità spesso ignorata nel dibattito pubblico. “Qui si intrecciano economia, tradizione, gestione del territorio, conservazione della biodiversità. Pensare di risolvere tutto dicendo ‘togliamo i lupi’ è una scorciatoia che non funziona”. Anche perché il ruolo del predatore è essenziale. “Il lupo è un regolatore naturale. Se lo togliamo, aumentano altre specie come cinghiali e cervi, con impatti anche pesanti sulle coltivazioni. È un equilibrio che va letto nel suo insieme”.

Resta, sullo sfondo, la necessità di chiarire le responsabilità. “Potrebbe trattarsi di qualcuno legato al mondo dell’allevamento, oppure no. Potrebbe essere anche una persona estranea, qualcuno che ha deciso di compiere un gesto eclatante. Saranno le indagini a dirlo”. Ma, al di là dell’esito giudiziario, il significato dell’episodio è già evidente. “È un atto gravissimo, profondamente vigliacco, che colpisce gli animali ma anche il territorio e la convivenza. E che non può trovare alcuna giustificazione”.(30Science.com)

Emanuele Perugini
Sono un giornalista. Sono nato nel 1970 e ho cominciato a scrivere nel 1994. Non ho più smesso. Nel corso della mia carriera ho scritto molto di scienza, di ambiente, di salute cercando di portare la scienza e la profondità dell'analisi scientifiche in ogni ambito di cui mi sono occupato.