Roma – Lo sfruttamento di petrolio e gas nell’Artico si sovrappone in larga misura ai territori delle popolazioni indigene e ad aree ecologicamente sensibili, con potenziali implicazioni per biodiversità, clima e giustizia sociale. È quanto emerge da uno studio guidato da Daniele Codato dell’Università di Padova, pubblicato sulla rivista PLOS One. La ricerca presenta il primo atlante completo delle attività petrolifere e del gas nella regione artica, offrendo una visione sistematica delle interazioni tra sviluppo energetico, ecosistemi e comunità locali.
L’analisi mostra che oltre 512.000 chilometri quadrati dell’Artico sono già interessati da attività estrattive, un’area paragonabile a quella di Paesi come Spagna o Thailandia. Di questa superficie, più del 7% si sovrappone a zone protette e oltre il 13% coincide con gli habitat di specie chiave come orsi polari, strolaghe beccogiallo e caribù. Ancora più rilevante è il dato relativo alle popolazioni indigene: circa il 73% delle aree sfruttate si sovrappone ai loro territori.

Mappa delle caratteristiche petrolifere e del gas e delle aree protette nella regione artica. [Fonte della mappa di base: Global Oceans and Seas del Flanders Marine Institute (2021), con licenza Creative Commons Attribution 4.0. Disponibile online all’indirizzo https://www.marineregions.org/ , https://doi.org/10.14284/542 ].
Credito
Codato et al., 2026, PLOS One, CC-BY 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/)
“Il nostro atlante rivela l’ampiezza dello sviluppo petrolifero e del gas nell’Artico, con oltre 44.000 pozzi, quasi 40.000 chilometri di oleodotti e circa 2 milioni di chilometri di linee sismiche”, spiegano gli autori, evidenziando come queste infrastrutture possano generare pressioni significative sugli ecosistemi e sulle comunità locali.
Le aree più interessate includono regioni come il North Slope dell’Alaska e la penisola di Yamal in Russia, dove l’intensità delle attività estrattive accentua il rischio di conflitti tra sviluppo industriale, conservazione ambientale e diritti delle popolazioni indigene.
Secondo i ricercatori, questi risultati rafforzano le proposte di istituire una zona artica libera dalla proliferazione dei combustibili fossili, sottolineando la necessità di mantenere parte delle risorse nel sottosuolo per rispettare gli obiettivi climatici globali. “Identificare dove le attività estrattive si sovrappongono a priorità ecologiche e culturali aiuta a definire non solo quando, ma anche dove i combustibili fossili dovrebbero rimanere inutilizzati”, osservano.
Lo studio evidenzia inoltre la frammentazione dei dati disponibili sul settore energetico nell’Artico, sottolineando l’importanza di strumenti integrati per supportare decisioni informate. Gli autori auspicano ulteriori ricerche con dati più dettagliati e una maggiore inclusione delle prospettive delle comunità indigene nei processi decisionali.
I risultati offrono quindi una base scientifica per valutare l’impatto cumulativo delle attività estrattive in una regione cruciale per l’equilibrio climatico globale, evidenziando le tensioni tra sviluppo economico, tutela ambientale e diritti sociali.(30Science.com)

