Roma – “Dal 2023 ad oggi abbiamo riscontrato quasi 650 casi di lupi morti. Il 78% da traumi per investimento, il 3-4% per avvelenamento e il 5% più o meno per bracconaggio”. È da questo dato che Stefano Palomba, commissario dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana, inquadra un fenomeno che negli ultimi anni ha assunto una dimensione strutturale in Italia e che oggi viene monitorato su scala nazionale attraverso il portale Dead Wolf Tracker (https://deadwolftracker.izslt.it/), il portale dei lupi ritrovati morti in Italia, sviluppato su mandato del Ministero della Salute e alimentato dalla rete degli Istituti Zooprofilattici Sperimentali.
Il contesto è quello di una specie protetta e simbolica. Dopo un periodo in cui il lupo ha rischiato l’estinzione nel territorio nazionale, a partire dalla seconda metà del Novecento ha avviato una lenta ma costante ripresa, aumentando di numero e ricolonizzando progressivamente gran parte del suo areale storico. Una dinamica positiva, che tuttavia si accompagna a una vulnerabilità persistente: la mortalità di origine antropica resta elevata e rappresenta uno dei principali fattori di pressione sulla specie.
“Questo – spiega Palomba. – è un progetto, una bella intuizione che nacque nel 2023 quando il Ministro della Salute si rese conto che c’era un fenomeno che sarebbe potuto esplodere nel breve periodo e quindi con una visione anche abbastanza illuminata ci siamo attivati nel fornire la nostra expertise”. L’avvio operativo è stato quasi artigianale. “Dei colleghi si sono messi con la santa pazienza a programmare e hanno costruito questo bel sito”. Da questa fase iniziale ha preso forma una piattaforma che nel giro di poco tempo è riuscita a superare la dimensione locale e a mettere in collegamento tutti i dieci Istituti Zooprofilattici Sperimentali italiani. “La rete degli Istituti – spiega Palomba – distribuita su base regionale e dotata di competenze diagnostiche avanzate, rappresenta infatti il sistema di riferimento per la raccolta e l’analisi dei dati. Ogni istituto inserisce le informazioni relative ai lupi ritrovati morti nel proprio territorio — luogo di ritrovamento, causa del decesso, identificazione molecolare — contribuendo a una banca dati nazionale che consente di leggere il fenomeno nelle sue dimensioni temporali e spaziali”.

I veterinari del Centro di Referenza Nazionale della Medicina Forense Veterinaria – Sede di Grosseto IZS Lazio e Toscana al lavoro su un lupo morto in provincia di Lucca. Credit: ISZLT
Dall’analisi dei dati emerge una dinamica chiara. Nel 2023 sono stati registrati 131 lupi morti, saliti a 253 nel 2024 e a 271 nel 2025, con una crescita molto marcata tra il primo e il secondo anno e una successiva stabilizzazione su livelli elevati. Il dato complessivo conferma quanto indicato da Palomba e restituisce l’immagine di un fenomeno ormai strutturale. La distribuzione geografica non è omogenea: i ritrovamenti si concentrano lungo la dorsale appenninica e nelle aree in cui il reinsediamento della specie si sovrappone a territori ad alta densità infrastrutturale. Le regioni del Centro Italia — Lazio, Toscana, Umbria e Marche — rappresentano uno dei principali nuclei di segnalazione, affiancate da Emilia-Romagna e da alcune aree del Nord come Lombardia e Piemonte. Anche la dimensione stagionale appare significativa, con un aumento dei casi nei mesi autunnali e invernali e una relativa diminuzione nei mesi estivi, in linea con le dinamiche di mobilità animale e con l’intensità dei flussi di traffico.
“Il principio qual era? Era quello di identificare il numero di animali che sono ritrovati deceduti e identificarne, se possibile, anche la tipologia di decesso – spiega Palomba – per capire se i decessi fossero dovuti a fenomenologie cinetiche, da conflitto, da contatto con un’altra specie animale, da uccisione da parte di cacciatori, o da avvelenamento”. La classificazione delle cause permette di distinguere tra mortalità naturale e non naturale e di costruire un quadro dettagliato delle pressioni che insistono sulla specie. Ma soprattutto consente “la possibilità di fare un monitoraggio locale del fenomeno, ma anche avere una visione nazionale più estesa”.
Il valore del sistema non si esaurisce nella descrizione dei decessi. “Attraverso le eventuali identificazioni di decesso e le analisi autoptiche conseguenti ai decessi possiamo fare anche delle valutazioni epidemiologiche molto interessanti”, sottolinea Palomba. È in questo passaggio che il lupo assume il ruolo di specie sentinella.
“Uno dei compiti primari degli istituti zooprofilattici è quello di essere la prima linea di difesa verso le patologie che possono essere introdotte nel territorio nazionale”, spiega. “Che siano patologie che possono aggredire sia l’uomo che l’animale, sono patologie che l’animale possa veicolare all’uomo, le famose zoonosi”. Il monitoraggio delle carcasse non serve quindi solo a capire come e perché muoiono gli animali, ma anche a intercettare segnali precoci di fenomeni sanitari più ampi.
Il caso della trichinella è emblematico. “Una delle patologie più particolari è la trichinellosi”, dice Palomba. “Noi siamo abituati in Italia ad avere sempre la presenza della trichinella spiralis”. Si tratta di un parassita ben noto, oggetto di controlli sistematici soprattutto nella filiera delle carni. “La presenza della trichinella presuppone che l’animale sia infestato… e quando si va al macello deve essere valutato attraverso una particolare attrezzatura che ci garantisce che la trichinella non è presente”.
Il quadro cambia quando emerge una variante inattesa. “Nel 2024 accadde una cosa stranissima: a Rieti fu riscontrata la trichinella britovi sulla carcassa di un lupo e noi rimanemmo molto perplessi”, racconta. “Perché trovare una trichinella che non è comune sul territorio nazionale presuppone una penetrazione da un’altra area geografica”. Il dato apre immediatamente una pista interpretativa.
“Quando è iniziato il dramma dei cinghiali in Italia? Proprio in quegli anni”, osserva Palomba. “Sembra che un ceppo ungherese di cinghiali sia stato introdotto. Il ceppo ungherese è particolarmente prolifico e bastavano pochi accoppiamenti per poter avere una pletora di suinetti”. Il risultato è una crescita rapida e diffusa della popolazione. “Abbiamo avuto questo incredibile aumento di presenza di cinghiali sul territorio”.
Ma il punto non è solo quantitativo. “Cinghiali che evidentemente provenendo da un paese dell’est europeo ospitavano la trichinella britovi”, spiega. “E l’abbiamo quindi ritrovata poi nelle masse di questo lupo trovato deceduto”. È qui che si chiude il cerchio. “Questo è un piccolo esempio epidemiologico che fa comprendere come attraverso la valutazione di un caso di morte di un lupo possiamo ottenere un indicatore fondamentale”.
Il lupo diventa così un vettore di conoscenza. “Per noi italiani il lupo è un patrimonio”, sottolinea Palomba. “Siamo cresciuti col concetto che il lupo comunque è una specie che deve essere protetta”. Ed è proprio questa condizione a renderlo particolarmente utile dal punto di vista scientifico. “Riuscire a tirare fuori dal decesso di un animale un indicatore epidemiologico è fondamentale per comprendere come si sta diffondendo una patologia”.
Le implicazioni sono dirette anche sulla sicurezza alimentare. “Si immagini le correlazioni che ci possono essere con i macelli per fare aumentare il livello di controllo sulle carni”, osserva. Il monitoraggio della fauna selvatica entra così in relazione con la prevenzione sanitaria a livello umano.
Nel tempo, il sistema costruito attorno al portale ha prodotto effetti anche sul piano operativo. “Il sistema di collaborazione che abbiamo posto in essere con le forze dell’ordine è molto forte”, spiega Palomba. “Il portale degli avvelenamenti ci permette di avere un contatto immediato”. Questo ha modificato il ruolo degli istituti zooprofilattici. “Siamo diventati non dico un partner privilegiato, ma quasi, delle forze dell’ordine e dei magistrati”.
Da qui si sviluppa anche la medicina forense veterinaria. “L’istituto presso la sede di Grosseto ha il CeMedForVet Centro di Referenza Nazionale di Medicina Forense Vetrinaria dell ‘IZS Lazo e Toscana”, racconta. “Una decina di anni fa ci chiamavano il CSI veterinario… in modo ironico e sarcastico. Col tempo invece siamo diventati una risorsa”. Il cambiamento è anche culturale e normativo. “Adesso l’animale non è più un animale tra virgolette, è un soggetto, un individuo che ha determinati diritti che devono essere assolutamente rispettati”.
Il sistema oggi è utilizzato a più livelli. “Dal cittadino che può tranquillamente entrare nel nostro sito e vedere determinati dati… sia per le forze dell’ordine che per le amministrazioni”, spiega Palomba. “Con rilevamenti satellitari, valutazioni epidemiologiche, veterinari che vanno sul campo, indicatori ambientali”. È un passaggio verso una gestione integrata dei fenomeni.
“Adesso si parla tanto di One Health”, conclude. “La salute è unica”. E sintetizza con una formula che racchiude l’approccio: “La medicina umana cura l’uomo, la medicina veterinaria cura l’umanità”. Un cambio di prospettiva che, nel caso del lupo, trasforma un dato di mortalità in uno strumento di lettura del territorio, delle sue trasformazioni e dei rischi che attraversano il rapporto tra uomo, animali e ambiente.(AGI)
