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Alberto Meriggi, il professore che ha visto tornare il lupo nell’Oltrepò

(31 Marzo 2026)

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Roma – Alberto Meriggi è un testimone di eccezione del reinsediamento del lupo nell’Italia del Nord. Per oltre trent’anni, da professore dell’Università di Pavia, ha seguito sul campo la ricolonizzazione dell’Appennino pavese, una delle aree chiave di questo ritorno: un territorio monitorato dalla fine degli anni Ottanta, affacciato sulla Pianura Padana e vicino al corridoio ecologico del Ticino, cioè uno degli assi naturali lungo cui i lupi in dispersione hanno potuto spingersi verso quote più basse e aree più antropizzate. La letteratura scientifica e le relazioni tecniche a cui ha contribuito raccontano lo stesso processo che lui descrive a voce: prima una presenza fragile, poi i branchi stabili in montagna e collina, poi il plateau, la saturazione del territorio intorno al 2015, e infine le prime presenze sempre più frequenti in pianura.

Alberto Meriggi (Università di Pavia) con i suoi cani sull’Appennino Pavese

Quando gli chiedi da dove comincia tutto, Meriggi non parte da una teoria ma da una data. “Io, praticamente, ho cominciato a lavorare sul lupo quando è comparso nell’Appennino Pavese, Appennino Lombardo”. Poi la precisa, la inchioda: “Nell’86, ci sono state le prime segnalazioni di lupi, di predazioni e così via. E quindi ho cominciato a interessarmene perché è arrivato sul territorio dove io lavoro”. È il suo modo di raccontare il lupo: non come un simbolo, ma come un fatto biologico e territoriale. Prima arriva, poi lascia segni, poi obbliga chi conosce quei posti a rimettere insieme le prove.

Oggi Meriggi è in pensione. “Adesso non faccio niente perché sono in pensione”, dice all’inizio della conversazione, con quel tono ironico di chi sa benissimo che non è vero. “Sono andato in pensione a ottobre del 2024”. Ma il lupo continua a seguirlo, o forse è lui che continua a seguire il lupo. Perché c’è una differenza tra studiare una specie e abitarne i luoghi. Meriggi quel confine lo attraversa da anni. Ha il passo del ricercatore, ma anche quello di chi i boschi li frequenta davvero. Quando parla dell’Appennino pavese dice: “Le mie zone sono queste, insomma. Sono anche le zone che conosco bene. Peraltro molto belle”. È un dettaglio che conta. Perché nel suo racconto la conoscenza scientifica non è mai astratta: è fatta di sentieri, di fango, di crinali, di escrementi, di impronte, di stagioni che cambiano.

“Mi occupo di fauna selvatica e di ecologia della fauna”, spiega. E precisa subito: “Ecologia ed etologia anche, o perlomeno quella parte di etologia che è considerata ecologia comportamentale. Implica lo studio degli adattamenti all’ambiente e i risultati che questi hanno a livello del comportamento delle singole specie”. È una definizione quasi scolastica, ma poi si traduce in qualcosa di molto concreto: seguire per quasi quarant’anni “tutto l’andamento dell’areale che è andato espandendosi pian piano”.

All’inizio, racconta, l’area d’indagine era limitata “ai crinali più alti dell’Appennino”. Il lupo stava lì, nelle zone più remote, dove il bosco teneva ancora e la pressione umana era minore. Ma la storia del reinsediamento non è rimasta ferma in quota. “Noi nel contempo abbiamo ampliato l’area d’indagine”, dice, “e poi pian piano si è scesi in basso fino alle prime colline, quelle famose per la produzione vitivinicola dell’Oltrepò pavese, dove l’ambiente è completamente diverso, cioè il bosco non è più predominante, non ci sono pascoli, non c’è allevamento e ci sono vigneti sostanzialmente”. La sua frase è importante perché dice una cosa semplice: il lupo non è rimasto nei luoghi in cui tutti si aspettavano di trovarlo. Ha seguito una linea ecologica diversa, adattandosi a paesaggi più frammentati, più agricoli, più umani.

La scienza, del resto, conferma quello che lui ha visto camminando. Nelle relazioni tecniche sull’Appennino pavese si legge che, dopo la prima fase di ricolonizzazione rallentata dalla scarsità di prede e dall’uccisione illegale, la specie si è stabilizzata nelle zone montuose con i primi branchi, proseguendo “in maniera graduale verso nord, passando per la fascia collinare e, successivamente, quella a ridosso della pianura”. Lo stesso documento colloca proprio nel 2015 il “plateau”, cioè la saturazione del territorio in montagna e collina, e segnala da quell’anno in avanti i primi dati di presenza sempre più frequenti in Pianura Padana.

Canis lupus

Quando gli chiedi se questa discesa sia stata improvvisa, Meriggi risponde senza drammatizzare. “No, direi che è andata piuttosto gradualmente e anche a fasi alterne perché c’erano degli anni in cui praticamente il lupo sembrava scomparso anche dalle zone recentemente ricolonizzate, poi magari l’anno dopo riprendeva”. È una frase utile anche per capire quanto sia fuorviante la narrazione lineare del “ritorno”. Non è mai stato un processo ordinato. È stato, piuttosto, una successione di avanzate, ritiri, riprese, adattamenti. Però la direzione, alla lunga, era quella. “Pian piano c’è stato un aumento, un aumento che non si è fermato alle zone collinari e montane, ma è andato avanti anche in pianura, il lupo è arrivato a passare il Po”.

Qui il discorso cambia tono. Perché il passaggio in pianura non è solo un dato geografico: è la vera frontiera di questi anni. Anche gli studi più recenti del gruppo di Meriggi lo mostrano chiaramente. Nel Lodigiano, per esempio, tra il 2019 e il 2024 sono state raccolte 109 segnalazioni per un totale di 183 osservazioni di lupi; le riproduzioni si sono ripetute negli anni e almeno tre branchi si sono stabilizzati in alcuni comuni, soprattutto lungo Adda, Po e Lambro, con cucciolate medie di 4,8 piccoli e branchi di 8-9 individui. La colonizzazione della pianura è stata rapida, ma avviene dentro un ambiente densamente antropizzato, dove strade, urbanizzazione e mortalità da investimento frenano la crescita.

Meriggi, però, non la racconta come una sorpresa assoluta. La racconta come una conseguenza ecologica. “Però comunque la presenza del lupo adesso è anche in pianura”, dice, “ma non solo in queste aree boschive dove ci sono cinghiali, caprioli, prede consuete per il lupo, ma anche in zone più coltivate”. È a questo punto che introduce uno degli elementi più interessanti della conversazione, e uno dei più utili per capire come cambia il lupo quando cambia il paesaggio: “Il lupo praticamente si ciba di nutrie, nutrie e silvilago”. Poi lo ribadisce con una formula ancora più netta: “La nutria nelle nostre zone di pianura è diventata la preda elettiva per il lupo”.

Questa è una frase forte, e anche una frase che sposta la prospettiva. Perché dice che il lupo di pianura non è soltanto un lupo che porta con sé il repertorio alimentare della montagna: è un animale che riorganizza la dieta sulle opportunità del nuovo ambiente. “Al di fuori di queste zone che citavo prima, tipo il Parco del Ticino, l’Adda, così, i boschi sono pochissimi, quindi le possibilità per caprioli e cinghiali sono ridotte”. La nutria invece “è ben presente ed è facile da prendere”. Qui Meriggi tira fuori la sua esperienza concreta: “Io ho un cane da caccia. Quando vado a passeggiare con lui in campagna, la nutria le trova e le prende senza problemi. Figuriamoci un lupo”. Poi la traduce in un’immagine quasi brutale ma efficacissima: “Anche dieci chili più o meno. Insomma, è un bel boccone”. Nei dati scientifici, la pianura del Po conferma questa capacità di adattamento: i contesti favorevoli alla presenza stabile del lupo includono ambienti ripariali, zone umide e bacini d’acqua, che possono offrire riparo e prede come Myocastor coypus, cioè proprio la nutria.

La parola che usa per definire il lupo, però, non è “opportunista”. O meglio: non si accontenta di quella parola. “È un animale adattabile, più che opportunista, direi. Perché poi ha le sue… diciamo così, la selezione delle prede esiste”. È una distinzione importante. Nel suo racconto il lupo non è un sacco vuoto che ingoia qualsiasi cosa. Seleziona, apprende, cambia. “In Valdossola il lupo seleziona fortemente il capriolo”, spiega. Anche quando il cervo è più abbondante, il capriolo può restare la preda preferita perché è più facile. E qui introduce un altro concetto interessante: “C’è nel lupo anche una memoria di apprendimento”. Se i cuccioli imparano a cacciare il capriolo, quella traccia comportamentale resta a lungo. Anche quando la disponibilità cambia, il branco tende a restare ancorato a quella preda “fino a quando non diventa praticamente impossibile sostenere un’alimentazione su una preda molto scarsa”.

Nella prima fase del reinsediamento, però, le cose erano molto diverse. “Soprattutto nei primi tempi di ricolonizzazione qui da noi… predava sul bestiame. Perché allora il capriolo praticamente non esisteva. C’era qualche cinghiale, ma non molti, qualche daino localizzato e basta. Per cui doveva per forza predare su altro”. Anche i documenti tecnici lo confermano: negli anni Ottanta e Novanta l’unico ungulato davvero diffuso era il cinghiale; i cervidi erano rari e sporadici, mentre la monticazione estiva delle mandrie, spesso senza misure di protezione, rese gli ungulati domestici una risorsa stagionalmente importante, al prezzo però di ritorsioni e forte conflitto.

Canis lupus

Oggi, però, secondo Meriggi il quadro è cambiato. “Le predazioni su bestiame sono diminuite”. Non perché il problema sia scomparso, ma perché la base alimentare si è allargata. E soprattutto perché esistono strumenti di prevenzione che funzionano. “Un allevatore che aveva avuto una serie di predazioni abbastanza consistente… ha richiesto le recinzioni antilupo, sono state posizionate e hanno avuto un ottimo effetto”. Il suo giudizio, qui, è molto netto: “Gli allevatori non vogliono posizionare le recinzioni antilupo e sono convinti di risolvere il problema ammazzando qualche lupo ma non lo risolvono”. Per lui, “la strada giusta è questa: dove ci sono delle predazioni bisogna intervenire con la prevenzione”.

Su un altro punto Meriggi si espone ancora di più, ed è uno dei passaggi più interessanti perché va contro la percezione corrente. A sentir parlare di lupi, oggi, sembrerebbe che siano dappertutto e in crescita continua. Lui invece introduce una nota diversa. “Il numero di lupi è aumentato fino a due anni fa”, dice, “poi adesso… sembra che siano diminuiti”. Subito però chiarisce il metro con cui lo valuta: non un censimento generale, ma i suoi transetti, i percorsi che continua a fare “perché sono per me delle passeggiate che faccio la domenica con mia moglie”. E lì il confronto è impressionante. “Transetto di 11 chilometri dove qualche anno fa trovavo anche un giorno 52 cacche di lupo… adesso se arrivi a vedere 3-4 cacche di lupo è tanto. Sembra che sia diminuito”.

È una percezione di campo, non una sentenza definitiva. Ma è preziosa proprio per questo. Meriggi la collega a più fattori. Da un lato il cinghiale “è diminuito moltissimo per la peste suina”, e questo ha cambiato le disponibilità trofiche. Dall’altro, la dieta sta cambiando ancora: “Adesso sta cambiando, il capriolo diminuisce, è aumentato molto il cinghiale perché probabilmente i lupi trovano gli animali morti di peste suina e mangiano quelli”. Infine c’è l’effetto dell’espansione stessa: “Questo ci sta anche col fatto che la popolazione si sia espansa nelle zone diciamo così più basse e di pianura”. In altre parole, in certe aree storiche puoi vedere meno segni non necessariamente perché i lupi siano crollati, ma perché la popolazione si sta redistribuendo.

Ed è proprio qui che la sua esperienza sul campo si incrocia con quello che mostrano gli studi sul Ticino e sulla pianura lombarda. Il Parco del Ticino viene descritto come un corridoio ecologico chiave tra Appennini e Alpi, frequentato da lupi in dispersione dal 2017 al 2023, con aree centrali selezionate per l’alta naturalità, l’abbondanza di caprioli, la distanza dalle strade e la bassa copertura agricola. In questo corridoio i lupi si muovono soprattutto di notte, tra le 18 e le 8, segnalando una chiara segregazione temporale rispetto alle attività umane.

Ma il cuore del suo ragionamento, forse, è un altro. Riguarda il modo in cui oggi parliamo di lupi. “Il lupo arriva in un momento in cui l’ecosfera italiana… è dominata dal dibattito polarizzato”. E questo per lui si vede prima di tutto nella qualità delle informazioni che circolano. “Moltissime, non dico la maggior parte, ma quasi, di queste segnalazioni, di questi avvistamenti, di queste fotografie, di questi video… sono falsi”. Fa un esempio concreto: un branco ripreso su un argine del Po, rilanciato come se fosse stato filmato un po’ ovunque in Lombardia ed Emilia, ma in realtà girato ad Argenta, nel Ferrarese. “Quindi era un effetto moltiplicatore”. Ed è questa la frase chiave: “L’informazione polarizzata… crea una situazione nei quali i lupi non sanno nemmeno di essere finiti, sostanzialmente”.

Per questo quando si toccano temi come l’ibridazione, l’aggressività, i cani predati, Meriggi risponde sempre con una miscela di prudenza e insofferenza. Sull’ibridazione: “Questa storia dell’ibridazione secondo me è sovrastimata”. Sui cani: “Tutti dicono che i lupi predano i cani, io quanti anni sono che lavoro sul lupo? Dall’86, non ho mai visto un cane predato”. Poi quasi spara la sentenza: “Io dico che sono tutte balle”. Non significa che escluda il conflitto. Significa che rifiuta la costruzione ideologica del problema.

Ed è forse questa la cifra migliore per raccontarlo: un professore che ha passato la vita a leggere il territorio attraverso i segni degli animali, e che oggi vede nel lupo soprattutto una prova di realtà. Non un totem. Non un demone. Ma una specie che è tornata, si è adattata, ha saturato i crinali, è scesa nei vigneti, ha passato il Po, ha scoperto la nutria e forse, in alcuni dei luoghi che lui conosce meglio, sta già cambiando di nuovo. “Io la vedo brutta perché c’è una totale irrazionalità”, dice a un certo punto. Non parla del lupo. Parla di noi. E forse il senso di questa lunga conversazione è proprio lì: il lupo, in fondo, continua a fare il lupo. Il problema è capire se noi siamo ancora capaci di guardarlo per quello che è.(30Science.com)

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