Roma – “Il futuro dei lupi e la sopravvivenza della specie richiedono politiche integrate, che tengano conto di genetica, ecologia e gestione del territorio. Colpire gli animali sbagliati, nei contesti sbagliati, rischia di rendere il problema ancora più grande”. Così Simone Angelucci, referente del progetto WOLFNExT, e responsabile del Servizio Veterinario Ente Parco Nazionale della Maiella, commenta i cambiamenti nel quadro normativo riguardante la gestione del lupo.

Questo è un lupo nero italiano.
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Graziano Tortelli
Nel gennaio 2026, infatti, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha dato il via libera a un piano nazionale che prevede, per la prima volta dopo decenni, la possibilità di abbattimenti selettivi. Per l’anno 2026, è stata fissata una soglia massima di 160 esemplari su tutto il territorio nazionale, pari a circa il cinque per cento della popolazione stimata. Tale cambiamento è stato reso possibile a seguito del declassamento del lupo da specie “rigorosamente protetta” a specie “protetta”.
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“Questa misura è stata presentata come prudenziale – sostiene Angelucci – ma la sua reale attuazione sui territori rischia di essere non solo inefficace, ma anche controproducente. Uno degli argomenti più usati per giustificare il prelievo è il concetto di ibridazione, che però è profondamente frainteso. Non parliamo di ibridazione vera e propria. Cane e lupo, infatti, appartengono alla stessa specie, per cui il loro accoppiamento non produce ibridi sterili, ma incroci fertili, capaci di riprodursi normalmente per generazioni”. La diffusione dei geni canini nei lupi in molte popolazioni mondiali è cosa ampiamente accertata: per i lupi italiani può essere associata ad almeno due recenti fasi ecologiche, la prima delle quali risale al periodo compreso tra gli anni ’60 e ’80, quando il lupo era vicino all’estinzione in Italia.
“C’erano pochissimi lupi – riporta il veterinario – spesso non organizzati in branchi, e tantissimi cani vaganti. All’epoca le prede selvatiche non erano abbondanti, ma c’erano carcasse di animali domestici lasciate nei pascoli o nelle discariche, il che favoriva l’incontro tra cani e lupi”. “Oggi il contesto è diverso – aggiunge Angelucci – i branchi sono tornati, le prede selvatiche sono abbondanti. Tuttavia, molti lupi lasciano il branco per cercare un nuovo territorio, il che favorisce l’incontro tra cani randagi e lupi soprattutto nei contesti di nuova colonizzazione, spesso molto antropizzati”.

Un esemplare di Lupo. Foto di Alessandro Calabrese da sito ISPRA https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita/monitoraggio-nazionale-del-lupo
Uno degli aspetti più delicati dell’abbattimento selettivo, spiega ancora l’esperto, riguarda il rischio di abbattere individui che non sono legati a situazioni di criticità. “La selezione e la verifica degli animali abbattuti avverrà prevalentemente ex post – spiega Angelucci – se non c’è una capacità di monitoraggio ed operativa robusta sul territorio e su individui o nuclei “target”, non possiamo sapere in anticipo se il lupo che verrà colpito sia quello che ha originato il conflitto per cui è stata presa l’iniziativa di controllo o, ancora, se sia un ibrido o un lupo geneticamente ‘puro’, a meno che non ci sia stato prima un attento monitoraggio, o alcuni individui siano stati precedentemente catturati, identificati e seguiti anche mediante utilizzo di radiocollare”.
Il problema è anche culturale. Solo pochi operatori professionisti sarebbero in grado di effettuare un prelievo realmente specifico e selettivo, ma come sappiamo, invece, in gran parte d’Italia prevale una caccia di tipo collettivo, che non è applicabile a questa finalità poiché non consente la precisione necessaria per un vero prelievo selettivo. “Con i numeri attualmente previsti, non si tratta di uccidere un numero “soglia” di animali per rimodulare la popolazione – riporta l’esperto – ma di colpire individui specifici responsabili di problemi documentati. Questo richiede monitoraggi continui, identificazione dei singoli lupi, capacità operative elevatissime che, ad oggi, non sono ancora disponibili su tutti i territori”.
A titolo esemplificativo, Angelucci riporta il caso della lupa di Vasto, che aveva mostrato comportamenti aggressivi nei confronti delle persone. In questa occasione, sono stati necessari 71 giorni e 71 notti di monitoraggio intensivo, per un singolo individuo problematico identificato tra altri lupi già presenti in un territorio ben studiato. “Pensare di replicare questo livello di precisione su scala nazionale è, attualmente, improbabile – sottolinea Angelucci – il lupo è un animale sociale. Il branco è una struttura sociale che ne regola il comportamento. Un branco stabile si nutre prevalentemente di prede selvatiche nel contesto italiano: cinghiali, cervi, caprioli, nutrie in particolari contesti. Se dovesse rompersi questa struttura con abbattimenti casuali, si favorirebbero individui più isolati, probabilmente, per adattamento, più “sfrontati”, più inclini a frequentare aree urbane e a cercare cibo facile”. In altre parole, prelievi e abbattimenti mal gestiti possono contribuire a esacerbare i comportamenti a rischio.
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“La soglia del cinque per cento – aggiunge – non ha di certo l’obiettivo di rimodulare la popolazione su base ecologica. Il lupo è un predatore apicale: la sua abbondanza, il suo areale e la sua densità dipendono di fatto dall’abbondanza di prede e di habitat disponibili. Eliminare il cinque per cento non cambia le cose. È una cifra simbolica, che indica un preciso posizionamento politico istituzionale, ma che deve essere però supportato da una base tecnico-scientifica robusta”. Per ottenere un vero effetto numerico servirebbero infatti abbattimenti molto più cospicui, il che, però, sarebbe, in Italia, culturalmente e socialmente inaccettabile, oltre che operativamente inattuabile. “Se non si strutturano nuove capacità tecniche e operative da parte degli enti competenti sui territori, queste misure – conclude Angelucci – potrebbero creare aspettative elevate ma non risolvere i conflitti sul territorio. Allevatori e sindaci continueranno a trovarsi davanti le stesse criticità se non si affrontano alcune questioni complesse ma reali: supporto tecnico e istituzionale agli allevatori per la prevenzione e la compensazione dei danni, con misure calate sulle realtà aziendali e sui diversi contesti territoriali, la gestione dei cani vaganti, per la problematica dell’ibridazione, il controllo delle risorse alimentari di origine antropica, per limitare l’interesse dei lupi ai centri urbani, il monitoraggio costante dei branchi e l’istituzione di gruppi tecnici operativi, per aumentare la capacità di intervento dove i cittadini e i sindaci segnalano interazioni critiche con la popolazione”. (30Science.com)

