Roma – Fossili di ominidi rinvenuti nel sito di Thomas Quarry I, nei pressi di Casablanca, in Marocco, e datati con estrema precisione a circa 773 mila anni fa indicano l’esistenza in Africa nord-occidentale di una popolazione vicina alla radice comune di Homo sapiens, Neandertal e Denisoviani. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Nature, basato su una datazione magnetostratigrafica ad alta risoluzione che ha permesso di collocare i resti nel momento esatto dell’inversione geomagnetica Matuyama–Brunhes.
I ricercatori hanno identificato mandibole e resti scheletrici con una combinazione di tratti arcaici e derivati, compatibili con una popolazione africana “sorella” di Homo antecessor, ma distinta dalle linee eurasiatiche successive. “Vedere la transizione Matuyama–Brunhes registrata con una risoluzione così elevata – spiega Serena Perini, ricercatrice dell’Università degli Studi di Milano e coautrice dello studio – ci consente di collocare questi ominidi in un quadro cronologico eccezionalmente preciso per il Pleistocene africano”.
- Mandibola ThI-GH-10717 di 773.000 anni dalla cava Thomas in Marocco Credito: Hamza Mehimdate, Programma Préhistoire de Casablanca
- Mandibole inferiori del Nord Africa, che illustrano la variazione tra ominidi fossili ed esseri umani moderni. I fossili mostrati sono Tighennif 3 dall’Algeria (in alto a sinistra), ThI-GH-10717 da Thomas Quarry in Marocco (in alto a destra) e Jebel Irhoud 11 dal Marocco (in basso a sinistra), confrontati con una mandibola di un essere umano moderno recente (in basso a destra). Tutti gli esemplari sono mostrati alla stessa scala, consentendo un confronto diretto delle loro dimensioni e forma. Crediti: Philipp Gunz, MPI EVA Lipsia; CC BY-SA 2.0)
- La mandibola ThI-GH-10717 durante lo scavo Crediti: JP Raynal, Programma Préhistoire de Casablanca
Il lavoro è il risultato di oltre trent’anni di ricerche del programma marocchino-francese Préhistoire de Casablanca, che ha messo in luce l’eccezionale conservazione delle sequenze costiere del Marocco atlantico. “Queste formazioni – spiega Abderrahim Mohib, dell’Institut National des Sciences de l’Archéologie et du Patrimoine del Marocco – offrono un contesto stratigrafico sicuro e incontestabile per i fossili umani”. Analisi micro-CT dei denti rafforzano l’interpretazione evolutiva. “Lo studio dell’interfaccia smalto-dentina – spiega Matthew Skinner, paleoantropologo del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology e coautore – mostra che questi ominidi sono distinti sia da Homo erectus sia da Homo antecessor e compatibili con popolazioni basali rispetto a Homo sapiens e alle linee eurasiatiche arcaiche”. Secondo i ricercatori, i dati indicano che il Nord-Ovest africano ebbe un ruolo chiave nell’evoluzione del genere Homo, in un periodo in cui il Sahara non costituiva una barriera permanente. “Le evidenze paleontologiche – spiega Denis Geraads, paleontologo del Muséum national d’Histoire naturelle di Parigi – mostrano connessioni ripetute tra il Nord Africa e le savane dell’Est e del Sud del continente”. “I fossili di Thomas Quarry I – conclude Jean-Jacques Hublin, professore al Collège de France e direttore emerito al Max Planck Institute – sono oggi i migliori candidati per rappresentare popolazioni africane vicine alla radice dell’ancestria condivisa di Homo sapiens, Neandertal e Denisoviani”. (30Science.com)



