Roma – Nove lupi su dieci non muoiono di vecchiaia o di malattia, ma a causa dell’uomo. È la fotografia che emerge da due indagini coordinate dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), in collaborazione con le Università di Bologna e Sassari, il WWF e diversi Istituti Zooprofilattici italiani. Gli studi hanno analizzato quasi 400 carcasse di lupo raccolte in 17 anni di monitoraggi, dal 2005 al 2022, ricostruendo le principali cause di morte e la composizione genetica della popolazione.
Le ricerche forniscono la stima più aggiornata e dettagliata sulle pressioni antropiche che gravano sulla specie in Italia e aprono una riflessione sulla convivenza tra lupo e uomo in un territorio fortemente antropizzato. Dalle analisi emerge che la mortalità dei lupi è dovuta nel 90 per cento dei casi a cause dirette o indirette legate alle attività umane. Solo il 10 per cento degli animali analizzati è deceduto per motivi naturali, come malattie o conflitti intraspecifici.
Il primo studio, pubblicato nel 2021 su Global Ecology and Conservation, ha esaminato 212 carcasse rinvenute tra il 2005 e il 2021. Le analisi genetiche, condotte dai laboratori Ispra, hanno rivelato che circa il 75 per cento dei campioni apparteneva a lupi geneticamente “puri”, il 9 per cento a ibridi recenti lupo-cane e il 16 per cento a esemplari con antiche tracce di incrocio con il cane domestico. L’indagine, coordinata con i Dipartimenti di Medicina Veterinaria di Bologna e Sassari e l’Istituto Zooprofilattico della Lombardia e dell’Emilia-Romagna, ha documentato che collisioni stradali, armi da fuoco, oggetti contundenti e persino impiccagioni rappresentano la quasi totalità delle cause di morte accertate.

Un secondo lavoro, pubblicato su Science of the Total Environment nel gennaio 2024, ha aggiunto un tassello decisivo: l’analisi tossicologica di 186 carcasse raccolte tra il 2018 e il 2022 in Lombardia ed Emilia-Romagna ha mostrato che il 62 per cento degli animali era positivo ai rodenticidi, veleni utilizzati per eliminare topi, ratti e nutrie. Queste sostanze, facilmente reperibili in agricoltura o nelle derattizzazioni urbane, entrano nella catena alimentare attraverso le prede contaminate, raggiungendo i predatori al vertice dell’ecosistema.
Molti dei lupi trovati investiti lungo le strade avevano in realtà già ingerito quantità significative di tossici anticoagulanti, che alterano i sensi e la coordinazione. Gli autori ipotizzano che, in numerosi casi, la collisione con veicoli non sia la causa primaria della morte, ma una conseguenza dell’avvelenamento. “Un animale debilitato o disorientato – spiegano i ricercatori – diventa più vulnerabile ai pericoli dell’ambiente antropico, in particolare alle strade”.
Ispra e gli Istituti Zooprofilattici stanno costruendo una rete nazionale per la raccolta e l’analisi sistematica delle carcasse di fauna selvatica, con l’obiettivo di correlare le cause di morte con fattori tossicologici, genetici e sanitari. L’iniziativa, coordinata dalla dottoressa Carmela Musto, coinvolge diversi centri territoriali e alimenta la biobanca nazionale del lupo italiano, considerata una delle più complete d’Europa.
La diffusione dei rodenticidi rappresenta oggi una delle minacce più gravi per la biodiversità. Queste sostanze, spesso utilizzate in modo indiscriminato, colpiscono anche rapaci, volpi, donnole e altri carnivori. Gli studiosi chiedono una revisione delle normative sulla vendita e sull’uso dei veleni, proponendo metodi di controllo alternativi e meno invasivi.
Nonostante le pressioni, la popolazione italiana di lupo ha vissuto negli ultimi decenni un recupero straordinario. Negli anni ’70, la specie era ridotta a poco più di un centinaio di esemplari confinati nell’Appennino centro-meridionale. Oggi, grazie alla protezione legale e alla riqualificazione degli habitat montani, si contano tra i 3.300 e i 3.500 individui, di cui circa un migliaio sulle Alpi. La stima deriva dal Monitoraggio nazionale del lupo condotto da Ispra tra il 2020 e il 2021, il più esteso mai realizzato in Italia.
Il lupo appenninico (Canis lupus italicus) è una sottospecie endemica, geneticamente distinta e di dimensioni più ridotte rispetto al lupo centroeuropeo. Dopo decenni di persecuzioni, ha riconquistato naturalmente gran parte dell’antico areale, spingendosi fino alle Alpi e incontrando le popolazioni provenienti dalla Slovenia. Un caso simbolico è quello del Parco della Lessinia, dove si è formata la coppia “Giulietta e Slavc”, una lupa italiana e un maschio sloveno, che ha dato origine a un branco misto e favorito la ricolonizzazione dell’arco alpino orientale.
Ma accanto alla rinascita demografica, un nuovo pericolo incombe: l’ibridazione con il cane domestico. Secondo le analisi genetiche condotte da Ispra, circa il 12 per cento dei campioni presenta segni di incrocio recente e il 15 per cento tracce più antiche. L’ibridazione è “direzionale”: nella maggioranza dei casi coinvolge femmine di lupo e maschi di cane, spesso randagi o da pastore.
Tra le razze più implicate figura il pastore tedesco, per lungo tempo la più diffusa in Italia. Gli incroci si verificano in aree dove la densità di lupi è bassa o frammentata, come l’Appennino tosco-emiliano e alcune zone del Lazio e della Toscana. I ricercatori distinguono tra “ibridi recenti” (prime due o tre generazioni) e “introgressioni antiche” (oltre la quarta), difficili da rilevare con gli strumenti genetici convenzionali ma identificabili con la genomica di nuova generazione.
La differenza è sostanziale: mentre il flusso genico naturale tra popolazioni selvatiche di lupo può favorire la diversità genetica, l’introduzione di geni domestici rappresenta una forma di inquinamento genetico potenzialmente dannosa. Le varianti domestiche, adattate a un contesto di convivenza con l’uomo, possono alterare i tratti vitali (life history traits) della specie selvatica: cicli riproduttivi più frequenti, dimensione anomala delle cucciolate, modifiche comportamentali nei branchi.
Uno degli aspetti più sorprendenti emersi dalle analisi genomiche Ispra riguarda la cronologia del fenomeno. Contrariamente a quanto ipotizzato, il picco di ibridazione non risale agli anni ’70, quando la specie era in forte declino e confinata a poche aree, ma ai primi anni 2000, nel pieno della fase espansiva lungo l’Appennino. La dispersione dei giovani lupi in cerca di nuovi territori, unita alla presenza di cani vaganti o da pastore non controllati, ha favorito gli incroci.
Le ricerche indicano inoltre che l’ibridazione è quasi sempre “unidirezionale”: la lupa selvatica si accoppia con un maschio di cane, mentre l’evento inverso – una cagna domestica con un lupo – resta rarissimo e difficilmente documentabile. L’analisi genomica ha permesso di rintracciare tracce di ibridazione fino a 20 generazioni indietro, un risultato senza precedenti che consente di stimare quando e dove gli incroci si siano verificati.
Queste conoscenze alimentano oggi il progetto europeo Wolfness, di cui Ispra è partner, che punta a valutare l’ibridazione in tutte le popolazioni europee di lupo, dai Pirenei ai Carpazi. Il programma unisce genetica, genomica e scienze sociali, analizzando anche la percezione pubblica e la gestione politica del fenomeno.
Per gli scienziati, la tutela del Canis lupus italicus richiede un approccio integrato: controllo dei veleni, riduzione della presenza di cani vaganti, sorveglianza genetica continua e sensibilizzazione delle comunità rurali. Le popolazioni di lupo, spiegano, hanno raggiunto la capacità portante degli habitat naturali disponibili; ora la sfida è mantenere l’equilibrio tra conservazione e coesistenza.
Il ritorno del lupo in Italia è un successo biologico e gestionale senza precedenti in Europa, ma resta fragile. Ogni ibridazione, ogni veleno disperso, ogni carcassa abbandonata sulle strade rappresentano un segnale d’allarme. Il futuro del lupo italiano dipenderà dalla capacità di armonizzare protezione, ricerca e consapevolezza collettiva in un Paese dove, più che altrove, la natura e l’uomo condividono lo stesso territorio.(30Science.com)

