Roma – Nonostante una delle politiche di abbattimento più intense d’Europa, la popolazione di lupi in Svizzera continua a crescere. A raccontarlo, dati alla mano, è un approfondimento segnalato da Il lupo, figlio di un Dio minore e pubblicato dalla testata svizzera Bazonline.ch, che analizza gli effetti reali della caccia sulla dinamica dei branchi e mette in discussione l’efficacia delle attuali strategie di gestione.
Secondo i dati ufficiali della Fondazione Kora, incaricata del monitoraggio dei grandi predatori per conto della Confederazione, nell’anno di monitoraggio 2025/26 sono stati abbattuti 81 lupi, mentre nello stesso periodo sono stati individuati 145 nuovi cuccioli. Numeri simili a quelli dell’anno precedente, quando a fronte di 99 abbattimenti erano stati registrati 139 cuccioli. Il risultato è che il numero di branchi continua ad aumentare: dai quattro censiti nel 2018 si è passati a 41 nel 2025/26, con una presenza sempre più diffusa anche oltre le Alpi e il Giura.
Come spiega a Bazonline.ch il biologo Simon Aeschbacher, responsabile del monitoraggio del lupo nel Parco Nazionale Svizzero, l’apparente paradosso ha una spiegazione biologica chiara: i lupi sono animali altamente adattabili e i territori liberati dagli abbattimenti vengono rapidamente rioccupati. Questo avviene sia grazie alla riproduzione interna sia per l’arrivo di giovani lupi dall’estero, in particolare dall’Italia e dalla Francia. “Eliminare un branco problematico non significa eliminare il problema – osserva Aeschbacher – ma liberare uno spazio che, data l’elevata disponibilità di habitat e di prede, viene subito occupato da nuovi individui”.

Un timido rimpatriato: il lupo nella Surselva vicino a Pigniu, 2006
© Peter A. Dettling
Un meccanismo simile è stato osservato anche nei pressi del Parco Nazionale Svizzero, dove dopo l’abbattimento di gran parte di un branco ritenuto responsabile di predazioni su bovini, nel giro di pochi mesi si sono insediati nuovi branchi nelle stesse aree. Un esempio che, secondo gli esperti, può essere esteso a gran parte del territorio elvetico.
Ancora più critico è il giudizio del biologo Andreas Moser, noto divulgatore scientifico in Svizzera, che nell’intervista a Bazonline.ch mette in guardia dagli effetti collaterali della caccia intensiva. La distruzione artificiale dei branchi, spiega, compromette il sistema territoriale dei lupi e può innescare una “riproduzione da stress”, con un aumento del numero di cuccioli nelle popolazioni sottoposte a forte pressione venatoria. Un fenomeno documentato anche da studi condotti in Italia, negli Stati Uniti e in Russia.
Secondo Moser, la caccia non rende i lupi più diffidenti nei confronti dell’uomo, ma può produrre l’effetto opposto: lo scioglimento dei gruppi familiari genera lupi giovani e meno socializzati, più imprevedibili e statisticamente più inclini ad attaccare il bestiame. “Dove esistono branchi stabili – sottolinea – il numero complessivo di predazioni sul bestiame tende a diminuire, perché la struttura sociale del branco regola il comportamento e l’uso del territorio”.
L’Ufficio federale dell’ambiente svizzero riconosce che le misure di regolazione hanno rallentato la crescita della popolazione, ma la stessa Fondazione Kora invita alla prudenza: al momento, dal punto di vista scientifico, non è ancora possibile valutare in modo definitivo l’efficacia degli abbattimenti. I primi risultati completi dei progetti di ricerca in corso sono attesi non prima del 2027.
L’analisi di Bazonline.ch si inserisce in un dibattito sempre più acceso anche fuori dalla Svizzera, dove il declassamento dello status di protezione del lupo riapre il tema della gestione. I dati elvetici suggeriscono che la semplice riduzione numerica non basta e che senza una strategia basata su monitoraggio, prevenzione dei danni, stabilità dei branchi e accettazione sociale, la caccia rischia di essere non solo inefficace, ma controproducente.
In questo senso, conclude la testata svizzera, il vero nodo non è stabilire quanti lupi possono essere abbattuti, ma quale equilibrio tra esigenze biologiche e sociali si intenda perseguire. Un equilibrio che difficilmente può essere raggiunto senza fondare le decisioni politiche su evidenze scientifiche solide, piuttosto che su risposte emergenziali a breve termine.(30Science.com)

