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La stimolazione cerebrale per l’ADHD è sicura, ma inefficace

(16 Gennaio 2026)

Roma – Il dispositivo di stimolazione cerebrale, progettato per i pazienti con disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività (ADHD), non è efficace nel ridurre i sintomi, anche se presenta un profilo di sicurezza adeguato. Questo scoraggiante risultato emerge da uno studio, pubblicato sulla rivista Nature Medicine, condotto dagli scienziati del King’s College di Londra e dell’Università di Southampton. Il team, guidato da Katya Rubia, e Aldo Conti, ha valutato i dati relativi a 150 bambini e adolescenti con ADHD, che hanno ricevuto la stimolazione del nervo trigemino (TNS). Questo approccio, spiegano gli esperti, è stato autorizzato per l’utilizzo dalla Food and Drugs Administration (FDA) statunitense per il trattamento dell’ADHD nel 2019. Il disturbo da deficit di attenzione/iperattività, riportano gli autori, colpisce dal cinque all’otto per cento dei bambini in età scolare in tutto il mondo, ed è associato a difficoltà nel mantenere la concentrazione, impulsività e iperattività, che possono compromettere le attività quotidiane. I farmaci stimolanti migliorano i sintomi nel 70 per cento dei casi, tra coloro che li assumono nel breve termine, ma ci sono meno prove dei loro effetti a lungo termine. La stimolazione del nervo trigemino era stata considerata come possibile terapia alternativa ai farmaci a seguito di un piccolo studio eseguito su 62 bambini. Tuttavia, questo presentava delle criticità. Per colmare le lacune attuali, i ricercatori hanno coinvolto un campione più ampio, applicando una condizione placebo più rigorosa. Metà del campione ha ricevuto TNS reale per circa 9 ore ogni notte per quattro settimane tramite elettrodi alimentati a batteria applicati sulla fronte. Gli altri partecipanti erano invece associati a una stimolazione di 30 secondi con frequenza e durata inferiori. “Il nostro lavoro – afferma Rubia – evidenzia l’importanza di progettare una condizione placebo appropriata nei trial sulle terapie cerebrali”. “Nella nostra indagine – aggiunge Conti – abbiamo anche incluso gli adolescenti, a differenza del lavoro precedente. Queste scelte progettuali hanno consentito una valutazione più solida e clinicamente rilevante della TNS”. Confrontando i gruppi, i ricercatori hanno valutato l’efficacia della stimolazione, prendendo in considerazione anche i sintomi riportati dai genitori, insieme ad altre misurazioni oggettive, come frequenza di distrazione, attenzione, depressione, ansia e qualità del sonno. Sebbene non siano emersi effetti collaterali o conseguenze negative, i risultati non hanno mostrato cambiamenti significativi nei sintomi dell’ADHD e nei parametri oggettivi. “Indagini rigorose – conclude Samuele Cortese, altra firma dell’articolo – sono necessarie per fornire al personale sanitario e alle famiglie informazioni preziose sugli strumenti più efficaci per il trattamento dell’ADHD”. (30Science.com)

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