Roma – Le analisi condotte dall’Università di Trento indicano che il centro storico di Riva del Garda e l’area a nord del Monte Brione sono i settori oggi più esposti al rischio sismico locale nell’Alto Garda, secondo un nuovo modello digitale che riproduce in modo accurato gli effetti del terremoto del 13 dicembre 1976. Il lavoro, finanziato dalla Provincia autonoma di Trento, integra pericolosità, esposizione e vulnerabilità per migliorare la gestione del territorio.
Il modello nasce da una mappatura dettagliata della risposta geosismica, combinata con dati su popolazione, edifici strategici e caratteristiche costruttive. In questa cornice, l’edificio del Municipio di Riva del Garda è stato analizzato come caso pilota per definire protocolli replicabili, mentre le simulazioni suggeriscono la necessità di aggiornare vie di fuga e piani di emergenza.
- Mappa distribuzione probabilità di danno maggiore del 40% generate a seguito della simulazione terremoto del 1976 di “Santa Lucia”. (Copyright DICAM – Ugolini, Nardin, Broccardo)
- Mappa di distribuzione della profondità del bedrock ottenuta dalla microzonazione sismica (OGS, PAT)
- Mappa di distribuzione delle frequenze fondamentali del terreno ottenute dalla microzonazione sismica (OGS, PAT)
- Plastico 3D dell’area oggetto di studio utilizzato per attività di disseminazione e divulgazione sul territorio (Notte dei Ricercatori, Giornate della Protezione Civile, etc.). (Copyright DICAM – Ugolini, Nardin, Broccardo)
- Esploso a più livelli delle mappe necessarie per la stima del rischio di risonanza suolo-struttura: dalle frequenze principali del terreno (livello più in alto), alle frequenze principali delle strutture (livello di mezzo), fino al potenziale rischio risonanza (ultimo livello). (Copyright DICAM – Ugolini, Nardin, Broccardo)
Per calibrare lo strumento, i ricercatori hanno ricostruito il sisma di Santa Lucia del 1976, quando alle 6.24 una scossa di magnitudo 4.4 danneggiò scuole, chiese e abitazioni e provocò centinaia di sfollati. Dati satellitari, documenti storici, rilievi geologici e informazioni dell’Ogs hanno permesso di verificare la corrispondenza tra i danni simulati e quelli registrati. Una seconda validazione è arrivata dal terremoto del 2019 in Vallarsa.
Il metodo adottato è probabilistico e riduce in modo significativo l’incertezza rispetto alle mappe nazionali, grazie all’integrazione sistematica della risposta locale dei terreni e della vulnerabilità strutturale. Tra gli aspetti innovativi figurano l’uso esteso della microzonazione sismica avanzata e la quantificazione oggettiva del rischio. Il progetto è stato sviluppato da Chiara Nardin, autrice principale, con il coordinamento scientifico di Marco Broccardo e il contributo del dottorando Federico Ugolini e del professor Davide Noè Gorini. Le indagini proseguiranno sulla zona di Rovereto e della Vallagarina, con l’obiettivo di creare un sistema digitale unico e rendere le mappe accessibili anche alla popolazione, per aumentare la consapevolezza del rischio e la resilienza territoriale. (30Science.com)





