Roma – Le radici ecologiche e rurali dell’Ordine agostiniano emergono in una nuova ricerca dell’Università di Cambridge che rilegge una serie di miracoli medievali a lungo ignorati: prodigi non legati a stigmate o ostie sanguinanti, ma alla fertilità dei campi, alla salute del bestiame e alla rigenerazione degli alberi da frutto. Lo studio, presentato nel volume The Sons of St Augustine pubblicato da Oxford University Press, porta alla luce un corpus sorprendente di “miracoli verdi” che ribalta l’immagine urbana e cittadina della Chiesa tardo-medievale e restituisce agli agostiniani un ruolo centrale nella gestione del paesaggio e nella vita contadina.
Tra le figure riscoprite spicca Guglielmo di Malavalle, eremita del XII secolo venerato per aver “sconfitto un drago” nella Maremma toscana. In un’epoca in cui malattie di alberi, animali e uomini venivano attribuite al soffocante “alito tossico” dei draghi, soprattutto nelle paludi, il gesto simbolico di Guglielmo – compiuto con un semplice bastone a forma di forcone – rappresentava la purificazione dell’aria e il ritorno alla fertilità di un territorio descritto dalle fonti come inospitale e temuto. Secondo la storica Krisztina Ilko, autrice del volume, il miracolo non era solo metaforico: l’eremita contribuì realmente alla sopravvivenza delle comunità rurali, riportando ordine e vivibilità in un ambiente percepito come ostile.
- Il Comune di Teramo incorniciato dai cittadini e dai frati agostiniani nella pala di Jacobello del Fiore (1407-10), Cattedrale di Santa Maria Assunta, Teramo, Italia Credito Krisztina Ilko
- Copertina del libro ” I figli di Sant’Agostino” Credito Oxford University Press
- Holy hermit, possibly Guglielmo of Malavalle, 1330–1337, wall painting, Siena, Sant’Agostino, chapter house_Credit_Krisztina Ilko
- La dottoressa Krisztina Ilko all’eremo di Santa Lucia a Rosia, Toscana, Italia Credito Krisztina Ilko
- La dottoressa Krisztina Ilko esplora le rovine dell’eremo di Montespecchio, Toscana, Italia Credito Krisztina Ilko
Il lavoro di Ilko, frutto di dieci anni di ricerche in oltre due dozzine di archivi e sessanta siti agostiniani, ricostruisce un repertorio di miracoli oggi quasi sconosciuti: un ramoscello di ciliegio bruciato che ricomincia a germogliare, una palude “restituita alla piena fertilità”, la guarigione della zampa spezzata di un bue, la moltiplicazione dei cavoli o la capacità di far fruttificare ogni anno un melo considerato sterile. Questi episodi, presenti in manoscritti spesso misdatati o attribuiti erroneamente, erano stati trascurati dagli studiosi perché troppo “rurali”, in contrasto con la narrazione dominante che concentra l’attenzione sul ruolo urbano degli ordini mendicanti.
Secondo Ilko, la marginalizzazione degli agostiniani dipende anche dalla mancanza di un fondatore carismatico paragonabile a Francesco o Domenico. Per superare questo limite, l’Ordine degli Eremitani di Sant’Agostino – unito nel 1256 da diversi gruppi eremitici – costruì rapidamente una genealogia che lo collegava direttamente al santo di Ippona. Allo stesso tempo, gli insediamenti in foreste, zone costiere o aree marginali diventarono strategici: la natura selvaggia offriva risorse, prestigio spirituale e un’ancora di legittimità in un periodo in cui l’esistenza stessa dell’Ordine fu messa in discussione dal papato.
Il libro documenta come gli agostiniani fondassero conventi urbani mantenendo però un rapporto stretto con il paesaggio: a Roma, per esempio, scelsero per Santa Maria del Popolo un’area allora periferica, ritenuta sinistra e infestata da spiriti, rigenerandola e integrandola nella vita cittadina. Questa vocazione “ambientale”, sostiene Ilko, merita di essere riconsiderata oggi, in un’epoca di crescente sensibilità ecologica.
L’uscita del volume coincide con un contesto simbolico: l’elezione del primo papa agostiniano, Leone XIV, e l’inaugurazione della fattoria sostenibile vaticana, che secondo la studiosa riecheggia le pratiche agricole e la visione del paesaggio portate avanti dagli agostiniani medievali. Ilko auspica anche che i resti degli antichi eremi vengano restaurati e resi accessibili, per restituire visibilità a un patrimonio culturale e spirituale che affonda le sue radici in una relazione stretta tra fede, ambiente e vita rurale.(30Science.com)







