Roma – La presenza dell’uomo nei parchi nazionali degli Stati Uniti, anche quelli più remoti e meno visitati, può influenzare significativamente l’attività della fauna selvatica. Lo evidenzia uno studio, pubblicato sulla rivista People and Nature, condotto dagli scienziati dell’Università di Washington. Il team, guidato da Laura Prugh, ha valutato l’effetto della presenza umana nei parchi americani. Alcune riserve statunitensi, riportano gli autori, possono registrare un afflusso di oltre un milione di visitatori ogni anno, per cui è ragionevole ipotizzare che la fauna selvatica alteri il proprio comportamento. In realtà, gli esperti hanno rilevato che anche gli animali nei parchi meno visitati subiscono l’influenza della presenza umana. Il gruppo di ricerca ha esaminato il Glacier Bay National Park, un’area costiera nel sud-est dell’Alaska accessibile solo in barca o in aereo.
- Un lupo visto su una telecamera attivata dal movimento nel Parco Nazionale di Glacier Bay, in Alaska. CREDITO Mira Sytsma
- Un orso bruno visto su una telecamera attivata dal movimento nel Parco Nazionale di Glacier Bay, in Alaska. CREDITO Mira Sytsma
- Un alce visto su una telecamera attivata dal movimento nel Parco Nazionale di Glacier Bay, in Alaska. CREDITO Mira Sytsma
- Un orso bruno visto su una telecamera attivata dal movimento nel Parco Nazionale di Glacier Bay, in Alaska. CREDITO Mira Sytsma
- Un lupo visto su una telecamera attivata dal movimento nel Parco Nazionale di Glacier Bay, in Alaska. CREDITO Mira Sytsma
La maggior parte dei visitatori raggiunge l’area attraverso navi da crociera, ma le imbarcazioni non attraccano a terra, e il parco vede solo circa 40 mila visitatori ogni anno. I ricercatori hanno lavorato con il personale del parco nazionale per progettare e realizzare un esperimento che confrontasse l’attività della fauna selvatica nelle aree caratterizzate dalla presenza umana e quelle in cui le persone non accedevano. Gli esperti hanno installato 40 telecamere attivate dal movimento in 10 siti, monitorando lupi, alci e orsi neri e bruni. Stando a quanto emerge dall’indagine, quando gli esseri umani visitavano frequentemente una determinata zona, le telecamere rilevavano meno di cinque animali a settimana. Nella maggior parte dei casi, questo probabilmente significava che gli animali evitavano le aree in cui erano presenti persone. Nelle regioni interne del parco, i rilevamenti di fauna selvatica sono scesi a zero ogni settimana dopo che le attività ricreative portavano un afflusso di 40 visitatori a settimana. “Siamo sempre più consapevoli di quanto la sola presenza umana in questi luoghi possa influenzare le attività della fauna selvatica – afferma Prugh – i nostri risultati mostrano che qualunque entità di contatto può avere un effetto sugli animali”. “Siamo rimasti sorpresi da questi dati – osserva Mira Sytsma, altra firma dell’articolo – in tutte le specie considerate, il numero di rilevamenti di animali era più elevato quando non si verificava la presenza umana”. I ricercatori hanno inoltre scoperto che gli orsi bruni risultavano meno suscettibili alla presenza umana rispetto alle altre specie, mentre i lupi sembravano subire le conseguenze più significative. “I nostri risultati – commentano le autrici – fanno luce su una realtà che probabilmente si sta manifestando nei parchi nazionali di tutto il paese. Un numero sempre crescente di visitatori sta influenzando il comportamento degli animali che abitano nei parchi nazionali statunitensi. Speriamo che questa indagine possa migliorare i sistemi di gestione dei parchi. Si potrebbero ad esempio individuare dei sentieri o dei percorsi dedicati alle persone, e lasciare alla fauna selvatica la possibilità di ripararsi in aree libere dalla presenza umana”. (30science.com)






